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“In Italia la paura di fallire ti blocca, qui negli Stati Uniti a 19 anni lavoro per costruire un razzo”

Filippo De Angelis, dopo il massimo dei voti al liceo, ha deciso di frequentare ingegneria chimica alla Rice University, in Texas. Una scelta possibile solo grazie a una borsa di studio. "Non è una corsa cieca al curriculum perfetto, ma una questione di approccio": ecco le differenze con l'Italia
“In Italia la paura di fallire ti blocca, qui negli Stati Uniti a 19 anni lavoro per costruire un razzo”
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A 19 anni, mentre molti suoi coetanei stanno ancora cercando di orientarsi tra università e prime scelte, Filippo De Angelis ha già attraversato un oceano – fisico e culturale – per costruire il proprio futuro. Oggi studia ingegneria chimica alla Rice University, negli Stati Uniti, dopo un percorso scolastico in Italia concluso con il massimo dei voti al liceo scientifico. Ma la sua non è la storia di una fuga da un sistema percepito come inadeguato. Al contrario. “Io credo che il sistema scolastico italiano sia uno dei migliori al mondo, forse anche meglio di quello statunitense”, spiega a ilfattoquotidiano.it. Ma allora perché trasferirsi negli States? “La vera differenza sono le esperienze. Negli Stati Uniti hai accesso a possibilità che in Italia semplicemente non esistono, né durante né dopo gli studi”. Il salto è evidente già nei primi mesi a Houston, città che considera un laboratorio a cielo aperto per chi studia ingegneria. “Sto lavorando con un gruppo di 100 studenti per costruire un razzo a doppio stadio. Poi faccio ricerca, lavoro con aziende nella Fortune 500 e stiamo progettando un bio-reattore che potrebbe essere tra i più efficienti al mondo su piccola scala”. Un elenco che, letto tutto d’un fiato, sembra più il curriculum di un giovane ricercatore che quello di uno studente al primo anno.

Eppure, dietro questo percorso, c’è anche una selezione durissima e una variabile decisiva: quella economica. Filippo ha presentato 34 candidature tra Stati Uniti e Regno Unito, ricevendo 18 ammissioni. Ma non tutte erano sostenibili. “Il merito da solo non basta. Senza una borsa di studio, molte università sono semplicemente inaccessibili”. Alla fine, la scelta è caduta sulla Rice University, che gli ha garantito un sostegno economico significativo. “Il costo totale è intorno ai 91 mila dollari l’anno, ma io ne pago circa 30 mila. Senza questa borsa non sarei qui”. Un sistema che, pur con costi proibitivi, offre in cambio un ecosistema difficile da replicare altrove. Il confronto con l’Italia, in questo senso, non è tanto sulla qualità dell’insegnamento quanto sul contesto. “Qui conosco tutti i miei professori per nome, parlo con loro, lavoro con loro. Le classi sono più piccole e il rapporto è diretto”.

Un elemento che, secondo lui, fa la differenza anche nella crescita personale. Ma è soprattutto il modello educativo a cambiare radicalmente. “Non c’è solo l’esame finale. Durante il semestre abbiamo verifiche continue, progetti, compiti settimanali. Questo ti costringe a essere costante”. E poi c’è tutto quello che accade fuori dall’aula: “Una parte fondamentale del tempo è dedicata ad attività, ricerca, associazioni. È lì che si costruisce davvero il percorso”. Contrariamente a uno stereotipo diffuso, la competizione non è vissuta come una guerra tra studenti. “Non è una competizione negativa. Non studio per battere i miei compagni. È più una sfida con se stessi, ma anche un lavoro di gruppo”. Anzi, racconta, l’ambiente è sorprendentemente collaborativo: “Se qualcuno ha bisogno di aiuto, tutti accorrono. Non ho mai visto nessuno mettere i bastoni tra le ruote a un altro”. Una dinamica che si riflette anche nel modo di vivere quella che spesso viene definita “iper-produttività americana”.

Per Filippo non è una corsa cieca al curriculum perfetto, ma una questione di approccio: “Dipende da come la prendi. Io cerco di fare le cose per imparare davvero, non per riempire una riga in più sul CV”. La scelta di partire, però, non è stata priva di ostacoli. A cominciare dalla famiglia. “I miei genitori avrebbero preferito che restassi in Italia. E li capisco. Sono il loro primo figlio, partire non è stato facile”. Una decisione che ha richiesto determinazione, ma anche una forma di responsabilità. “Ho sempre seguito il mio sentore. Però ho capito che devo dimostrare quello che posso fare, lavorare duro perché gli altri possano vedere i risultati”. Guardando al futuro, Filippo non esclude un ritorno in Italia, ma con una consapevolezza chiara: “Il mio paese è l’Italia e so che avrei opportunità anche lì. Ma quello che sono oggi è molto legato all’esperienza americana”.

Una doppia appartenenza che riflette una generazione sempre più globale, ma ancora profondamente radicata. Il suo obiettivo, però, è preciso: fondare un’azienda negli Stati Uniti insieme ai suoi compagni di studi. E qui emergono le differenze più profonde tra i due sistemi. “Negli Stati Uniti c’è una quantità di investimenti enorme. Si parla di decine di milioni di dollari per startup appena nate. È qualcosa di impensabile in Italia”. Ma non è solo una questione di capitali. “Qui il fallimento non è uno stigma. Se sbagli, impari e riparti. Una seconda chance viene data quasi sempre”. Un approccio che, secondo lui, in Italia fatica ancora a imporsi. “Credo che il nostro sia un sistema meritocratico fino a un certo punto. In alcuni ambiti c’è ancora molto nepotismo e la burocrazia rende tutto più complicato”. Eppure, nonostante tutto, non c’è nelle sue parole un rifiuto netto del Paese d’origine. Piuttosto, la consapevolezza di un divario. “Se l’Italia volesse attrarre persone come me, dovrebbe offrire più opportunità, più investimenti e una mentalità diversa”. Nel frattempo, Filippo guarda avanti. Tra razzi, nanotubi di carbonio e startup, il suo percorso è appena iniziato. Ma racconta già molto di una generazione che non fugge per necessità, bensì per scelta. E che, proprio per questo, pone una domanda più scomoda: non tanto perché si parte, ma cosa dovrebbe cambiare per tornare.

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