Era appeso fra il soggiorno e la cucina nella casa di una vecchia signora, a Compiegne, nel nord di Parigi. E lì sarebbe rimasto se la proprietaria dell’abitazione non avesse deciso di farlo stimare da una casa d’aste, la Actéon di Compiègne. A sua volta questa lo ha fatto valutare al critico d’arte Eric Turquin, che ha fatto la scoperta: si trattava di un dipinto inedito di Cimabue, “Il Cristo deriso”.

L’opera, attribuita così all’artista fiorentino, è, probabilmente, parte di un dittico del 1280 in cui erano rappresentati, su otto pannelli di dimensioni simili – 25,8 cm per 20,3 cm -, scene della Passione di Cristo. Due delle raffigurazioni note di questo dittico, la Flagellazione di Cristo (Frick Collection, New York) e la Vergine col Bambino in trono (National Gallery, Londra).

Realizzato su un pannello di pioppo con pitture a tempera su fondo oro, questo dipinto mostra Cristo circondato da una folla di uomini dall’espressione rabbiosa. Sarà messo in vendita a Senlis da Acteon il 27 ottobre. È la prima volta in decenni che un dipinto di Cimabue viene messo all’asta: il suo valore è stimato tra 4 e 6 milioni di euro.

Turquin non ha dubbi sulla sua autenticità: “L’attribuzione non susciterà dubbio perché è ovvio, confrontandolo con gli altri dipinti noti, che si tratta della stessa mano”. Ceno Di Pepo, noto come Cimabue (1272-1302), è una delle più grandi figure del pre-Rinascimento. Solo 11 opere attribuite a lui sono conosciute. Tutte sono eseguite su legno e nessuna è firmata. Un’analisi effettuata con i raggi infrarossi ha rivelato come “Il Cristo deriso” sia stato tenuto in un eccellente stato di conservazione.

Influenzato dallo spirito francescano, Cimabue ruppe con il formalismo un po’ rigido della pittura bizantina e diede un’anima ai suoi personaggi, mettendo al centro la persona umana, particolare che precorre il Rinascimento. “Anche se il dipinto è austero, c’è un’emozione nei volti, nei gesti”, osserva Turquin. “Cimabue ha cambiato la pittura” sottolinea il critico, secondo il quale i musei, soprattutto italiani, “sognano di possederne uno”. L’opera secondo il critico Vittorio Sgarbi, dovrebbe essere “acquistata dallo Stato italiano”.

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