La censura in rete, da parte di Facebook e Instagram, dei nudi artistici delle opere di Antonio Canova fa infuriare Vittorio Sgarbi. Il critico, che a gennaio è diventato presidente della Fondazione Canova di Possagno, paese natale dello scultore settecentesco, annuncia cause contro i social a causa dell’algoritmo incapace di distinguere tra arte e pornografia, che genera automaticamente un blocco delle immagini di capolavori universali come Amore e Psiche o Adone e Venere. “Se l’algoritmo è così capra da non distinguere la produzione artistica da quella pornografica, cosa deve fare il museo di Canova? Deve chiudere bottega oppure rivestire le statue? Abbiamo troppi danni d’immagine da Facebook e Instagram: ora portiamo anche noi Zuckerberg in tribunale”.

Questo lo sfogo di Sgarbi, che solleva un problema emerso già alcuni anni fa quando uno studioso francese, Frédéric Durand, citò in tribunale i social (era il 2011) che avevano cancellato il suo profilo a causa di una riproduzione de L’Origine del mondo di Gustave Courbet. La situazione si è ripetuta nel 2017 quando Marco Goldin, organizzatore di mostre d’arte, denunciò la censura network dell’immagine del Bacio di Auguste Rodin per un’esposizione aperta a Treviso.

“Ci sono troppi disagi in rete – fanno sapere dalla Fondazione Canova e dalla Gypsoteca di Possagno – in pratica non possiamo fare web marketing e aumentare i nostri followers. Per questo, d’accordo con il sindaco di Possagno, Valerio Favero, porteremo Facebook e Instagram in Tribunale. E chiederemo un risarcimento danni”. Da oltre un mese si verifica che l’hashtag #antoniocanova è segnalato come inappropriato proprio per i contenuti delle immagini e su Facebook, da almeno un anno, il museo non riesce a sponsorizzare eventi se nella copertina compaiono le opere di Canova esposte nella Gypsotheca. “Per noi è un problema non poter promuovere e far conoscere nel mondo i capolavori contenuti nell’ala ottocentesca del complesso museale”.

Il sindaco Valerio Favero ha dichiarato: “Il museo subisce l’oscurantismo ottuso di un algoritmo che ha censurato l’immagine delle Tre Grazie, icona della sala e ostacola la promozione internazionale delle nostre collezioni. Dipendesse dalla piattaforma, i gessi più celebri del Neoclassicismo non dovrebbero neppure essere esposti”. Ma in Comune segnalano la risposta ricevuta personalmente dal customer service di Facebook. “Ci hanno risposto dicendo di capire la situazione, ma che non è possibile intervenire perché si tratta di un algoritmo, una macchina, sulla quale il cervello di un singolo nulla può. Da Instagram, invece, ancora nessuna risposta”.

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