Un matrimonio combinato con una sposa-bambina. E poi anni di soprusi, violenze, costrizioni fisiche e morali. Undici anni dopo la celebrazione di un rito islamico, privo di valore in Italia, visto che la sposa era appena quindicenne, una condanna a otto anni e mezzo di carcere ha punito l’uomo copevole di un drammatico e lunghissimo periodo di abusi, avvenuti tra la mura domestiche, a Vicenza.

E’ una storia davvero incredibile quella che ha visto protagoniste due famiglie provenienti dal Bangladesh e trapiantate in Italia. Ma nonostante il lungo tempo trascorso in Europa, i genitori non avevano abbandonato la triste consuetudine di accordarsi per portare una giovanissima sposa in dono al marito, di dieci anni più vecchio.

Nel 2008 due famiglie bengalesi, con un lontano legame di parentela, decidono che i rispettivi figli si uniscano in matrimonio. L’uomo ha 25 anni e abita nel capoluogo veneto assieme alla famiglia. L’adolescente ha invece 15 anni e vive a Roma assieme ai genitori. Il rito viene celebrato secondo tradizione, ma non ha valore in Italia dove, in caso uno dei due coniugi non abbia raggiunto la maggiore età (ma deve avere almeno 16 anni), deve essere autorizzato dal Tribunale dei minorenni. Un giudice deve accertare (dopo aver sentito il parere del pubblico ministero e dei genitori) che sussistano gravi motivi a giustificazione del matrimonio e il raggiungimento della maturità psicofisica dei giovani che vogliono sposarsi. E’ così che un ragazzo diventa un “minorenne emancipato”.

In questo caso non c’è stato alcun esame preventivo del giudice. Dopo la celebrazione del rito, la coppia è andata a convivere a Vicenza. Da quel momento in poi la ragazzina ha sperimentato una situazione tremenda. Era priva di autonomia, doveva sottostare alle decisioni del marito, che usava anche minacce e violenze per essere obbedito. A 15 anni aveva il divieto assoluto di frequentare chiunque, ad esclusione dei propri parenti (che però abitavano a Roma) o della cerchia dei familiari del compagno. Doveva sottostare, inoltre, ai desideri sessuali del compagno senza possibilità di ribellarsi. Ed era condizionata anche nel modo di vestire.

I soprusi si sono protratti per cinque anni. La ragazza ha cercato inutilmente di fuggire più volte. Nel frattempo ha avuto un figlio. Approfittando di una visita ai genitori a Roma si è presentata a un Commissariato di Polizia, denunciando le violenze di cui era vittima. Il fascicolo è stato preso in carico dalla Procura di Vicenza. La versione ha trovato riscontri e così la donna, nel frattempo diventata maggiorenne, è stata condotta in una struttura protetta, assieme al bambino. Per lei è cominciata una nuova vita e oggi è legalmente sposata. Anche perchè nel frattempo è riuscita a spiegare la situazione ai propri genitori, nonostante una prima fase di rifiuto. Alla fine hanno capito ed è avvenuta la riconciliazione.

Il marito-padrone non si è rassegnato e ha cercato in tutti i modi di rintracciarla. E’ finito sotto inchiesta e poi a processo, difeso dall’avvocato Valeria Dorio. A conclusione del dibattimento, il pubblico ministero Maria Elena Pinna aveva chiesto la condanna a 9 anni di reclusione. La “moglie”, che si è costituita parte civile con l’avvocato Raffaela Di Paolo, ha ottenuto un risarcimento di 60 mila euro.

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