Il rapporto tra la Sicilia e le sue risorse paesaggistiche, turistiche e culturali è perfettamente rappresentato nell’articolo di Accursio Sabella che racconta di come un autentico angolo di paradiso, la Scala dei turchi, possa diventare risorse a uso privato e non bene comune per l’isola.

Una vicenda così non poteva che capitare nella terra di Luigi Pirandello, dove il pubblico interviene per le opere – costose – di messa in sicurezza e di valorizzazione e un privato può, senza sforzo, intascare oltre i 2/3 dei proventi economici. Con tanto di entusiastico apprezzamento da parte del comune.

Ma la Scala dei turchi è, soprattutto, il perfetto esempio di una terra incapace di far sistema e di tutelare le proprie meraviglie. Un territorio spremuto e assaltato: è di questi giorni la proposta di eliminare il vincolo di distanza dalla spiaggia per nuove costruzioni, da usare per ricavare qualche spicciolo a tutto interesse di soggetti privati. Una visione del territorio, e delle bellezze comuni, antidiluviana che da decenni produce solo disastri. E nel caso dell’abusivismo, più o meno tollerato, lutti e tragedie.

Quello che manca alla politica siciliana è un salto di qualità innanzitutto culturale. Una capacità moderna di mettere in rete le proprie bellezze e di concepire l’enorme patrimonio culturale, paesaggistico e naturale come un bene comune da valorizzare e su cui costruire una porzione di futuro per l’isola e per i suoi abitanti. Invece, nonostante governi regionali di vario colore, non sembra mai cambiare la visione.

Le spiagge vengono date in concessione per pochi euro; i boschi – lasciati senza manutenzione ordinaria e straordinaria- pronti per essere divorati dagli incendi che qualcuno continua a definire “emergenza”,come se fosse un fenomeno imprevedibile ed inatteso; i siti archeologici – raggiungibili spesso solo dopo autentici viaggi della speranza – con manutenzione spesso precaria e senza i servizi che oggi sono indispensabili per attrarre un turismo culturale capace di fare sistema. E si potrebbe continuare.

In questa terra, che ha la fortuna di ospitare un patrimonio culturale dalla straordinaria varietà, la bellezza è un bene privato. Che produce ricchezza che resta nelle tasche di qualcuno.

Alle spalle c’è la stessa idea, quasi predatoria, che ha consentito negli anni di far saltare i villini liberty palermitani con la dinamite per realizzare casermoni in cemento armato. Il bello non è cultura comune, non è opportunità per offrire prospettive alle migliaia di siciliani che sono costretti all’emigrazione. Il territorio viene piegato ad esigenze specifiche di questo o quel soggetto privato, quando non consapevolmente devastato, e da bene collettivo diventa proprietà. Da sfruttare, vendere o trasformare in personale parco giochi. Se poi le spese sono coperte dal pubblico è ancora meglio. Tanto per unire al danno pure la beffa.

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