Il governo Renzi era partito dall’edilizia, Conte dagli asili. Perché in Italia c’è una grande “emergenza irrisolta” che si chiama scuola e si trascina di governo in governo senza soluzione. E oggi, alla riapertura delle classi, aleggia come un fantasma l’esercito di 600mila alunni che l’anno scorso ha interrotto gli studi benché in età scolare. I punti di debolezza del sistema scolastico nazionale sono tanti. Quello dell’abbandono però passa per l’equità nell’accesso all’istruzione – come Costituzione vuole – e arriva a condizionare l’andamento reale del Pil. Che sia tra le priorità da del Paese lo conferma un dato Eurostat. Per il 2018 l’ufficio statistico comunitario attribuisce all’Italia un tasso di defezione tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni pari al 14,5% della popolazione studentesca, contro una media europea del 10,7; percentuale che ci vede quartultimi in Europa, giusto dietro a Malta, Romania e Spagna. L’obiettivo chiesto dalla Ue ai propri stati membri è di scendere sotto il 10% entro l’anno prossimo. Per l’Italia l’obiettivo sembra subito fuori misura: per raggiungere la soglia indicata ne serviranno altri dieci.

Cosa significhi essere fanalino di coda dell’Europa sul fronte dell’abbandono lo ha spiegato la Corte dei Conti a fine luglio, in una relazione che ha fotografato risorse e azioni intraprese finora, ovviamente all’insegna dello sforzo mai sufficiente e dell’obiettivo che si allontana. Perché la Corte dei Conti? Perché – per dirla con le parole dei magistrati contabili – “è intuitivo che il basso livello di competenze di molti giovani si riflette sul tasso di occupazione nel mondo del lavoro e, in generale, sulla capacità del Paese di produrre PIL”. Sul rapporto diretto tra scolarizzazione e andamento dell’economia esistono fior di studi. Fondazione Agnelli ha valutato che l’azzeramento della dispersione potrebbe avere un impatto compreso tra l’1,4 e il 6,8 del Prodotto interno lordo. La dispersione, di cui poco si parla nelle agende politiche e nei comizi, fa la differenza.

C’è un secondo prezzo che i contribuenti e cittadini italiani stanno pagando. Negli anni la spesa per il contrasto al fenomeno è cresciuta progressivamente. Le risorse stanziate ed erogate dallo Stato negli anni 2012-2017 sono state pari a 218 milioni di euro. I fondi europei (PON 2007-2013) pari a 309.690.333,10 euro. L’importo programmato per il periodo 2014/2020 è di euro 345.945.951. Ma all’investimento pubblico non corrisponde il risultato atteso: solo nella scuola secondaria di II grado gli abbandoni complessivi nell’anno 2016 e nel passaggio fra l’anno 2016/2017 sono stati 112.240. Numeri che la Corte dei Conti stigmatizza come un evidente sconfitta della politica. “Nel nostro Paese, ad una legislazione avanzata, non sono seguiti i risultati auspicati. I tassi di abbandoni elevati e i livelli modesti di conoscenza coincidono con le zone più povere d’Italia, con situazioni di criticità addensate nel Meridione”.

Le statistiche del Miur indicano i buchi maggiori nella rete della scuola che si fa scappare gli studenti come pesci. Le vecchie “medie”, oggi scuole secondarie di primo grado, vedono espellere dal sistema scolastico oltre 13mila alunni tra italiani (10.591) e stranieri (2.937). Nelle superiori su 2,5 milioni di iscritti gli abbandoni superano i 53mila tra gli italiani e i 7mila tra gli stranieri. La percentuale più elevata di abbandono si manifesta negli IeFP, i percorsi di formazione professionale triennali su base regionale, con una media del 10%. I licei classici hanno la media più bassa (1,1%).

Soluzioni? Il fenomeno dell’abbandono è “multifattoriale”, dicono gli esperti. La scuola non attrae, respinge. Per invertire la rotta manca – a detta dei magistrati contabili – un “piano strategico nazionale organico, coordinato e condiviso tra tutti i soggetti istituzionali coinvolti a vario titolo, per contrastare l’abbandono scolastico”. In pratica un progetto strutturale e complessivo con un luogo di raccordo inter-istituzionale “a garanzia della sua concreta applicazione”. Che non c’è mai stato e latita ancor oggi. Un dato su tutti. Le risorse del capitolo di spesa che va sotto il nome di “prevenzione della dispersione scolastica” (n.1331 prima e oggi 2331) ammontano a poco più di 1,4 milioni di euro l’anno. Nel periodo 2012-2019 ha visto un investimento pari a 11,2 milioni di euro. Rapportato agli abbandoni fa 2,3 euro a studente l’anno. Per fortuna, esistono altri capitoli che in questi anni hanno contribuito, indirettamente, a contenere il fenomeno anziché acuirlo.

La situazione a livello nazionale migliora, ma in modo troppo lento. In dieci anni, stando ai dati riportati nella relazione, investimenti pubblici e politiche per la scuola hanno permesso di ridurre di un terzo la platea dei dispersi. Nel 2004 la lasciavano prematuramente, cioè senza accedere a una formazione universitaria, 990mila ragazzi vale a dire il 23% dei giovani tra i 18 e i 24 anni di età. Dieci anni dopo, dato 2014, sono scesi a 640mila che equivale al 15%. Per arrivare però al 10% chiesto dalla Ue e allineato alla media dei 28 Stati membri bisogna scendere ancora di 5 punti. Investendo quanto più possibile, la percentuale dell’Italia è scesa di 0,5 punti percentuali l’anno. Significa che scendere di altri cinque, nella migliore delle ipotesi, di anni ne servono almeno altri dieci. Significa che la maggior parte dei Paesi europei l’anno prossimo raggiungerà la soglia concordata, l’Italia – volendo essere ottimisti – solo nel 2030. Quando l’Europa avrà già stabilito nuovi obiettivi, noi rincorreremo quelli vecchi. Ecco perché la questione dell’abbandono è centrale.

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