Prendi due attori di peso come Johnny Depp e Mark Rylance. Annullali appiattendoli come figurine in un’atmosfera meditabonda di un impalpabile altrove della storia. Poi condisci il tutto con una pesante metafora sull’invasione barbarica dello straniero. Il risultato, ai limiti del vorrei ma certo che posso, è Waiting for the barbarians, il film diretto dal colombiano Ciro Guerra che chiude il Concorso di Venezia 76. Con un’allusione piuttosto manifesta e improbabile a Il Deserto dei Tartari (libro di Dino Buzzati e film di Valerio Zurlini), tratto invece da uno dei romanzi ci J. M. Coetzee del 1980 (Coetzee ha anche scritto la sceneggiatura del film) Waiting for the barbarians è proprio quel cinema cotto e stracotto, qualcosa che si poteva girare davvero negli anni ottanta o primi novanta, con messaggio politico fermoposta in evidenza fin dalle prime battute di dialogo.

Ai confini dell’ “impero”, in una fortezza assolata contornata da una sorta di Deserto dei Gobi (le riprese si sono svolte in Marocco ndr), vive e amministra il manipolo di guardie un saggio magistrato (Rylance) che ammonisce cordialmente un po’ tutti gli occupanti del fortilizio, perfino alcuni autoctoni, sul gonfiato pericolo dell’invasione dei barbari. L’arrivo del perfido colonnello Joll (Depp), spedito dal “centro” per ribaltare l’assunto, cioè per dimostrare una imminente violenta invasione dall’esterno, sarà la morte civile e fisica del magistrato che dapprima tenta di salvare una torturata straniera facendola convivere con lui e fornendole parecchi agi materiali (si accoccola su di lei dopo averle cristologicamente lavato i piedi), poi viene a sua volta incolpato di tramare contro l’ “impero” e di non approvare le misure necessarie per contrastare i barbari. Sappiate che nel film non c’è molto altro, se non qualche sevizia e diverse bastonate a Rylance. La metafora deve risultare diretta e poco mediata. Va compresa da chiunque. Meglio non costruire sottotrame o evoluzioni di scrittura più articolate. Anzi, visto che sottolineare le crudeltà del colonnello può aiutare ad ottenere il risultato, meglio aggiungere un po’ di note stridule di violini e violoncelli composte da Giampiero Ambrosi e qualche solenne occhiata degli attori nel vuoto per lunghi interminabili secondi. E comunque tanto Rylance è in sahariana sbottonata, modello vita in vacanza; quanto speculare è l’impettito Depp con uniforme stirata e inamidata più occhiali da sole stilosissimi pensati da qualche stilista anni duemila. Guerra poi scodinzolando dietro al testo di Coetzee compie il peccato più grave. Quello insito nella metafora attualizzata con prosopopea (“il film è un’allegoria forte che somiglia sempre più al mondo di oggi”).

I terrificanti danni del colonialismo attivo, delle invasioni militari di morte tra ‘800 e ‘900 da parte delle potenze occidentali è causa alla lontana rispetto alle migrazioni disperate della contemporaneità, estrema conseguenza più che altro delle sciagurate applicazioni del colonizzante neoliberismo monetario e industriale nei paesi meno sviluppati economicamente. Scostamento di significato non da poco che ammanta tutto di posticcio e di inutilmente pomposo. Di rilevante, invece, oltre a un Depp presente e presentabile al Lido con giacca blu mare, fazzoletto bianco nel taschino, tre larghi orecchini sul lobo destro, e denti ancora giallo-marroni, il ragionamento “vegano” di Rylance – ricordiamo Oscar come attore non protagonista ne Il ponte delle spie di Spielberg – in conferenza stampa: “C’è inconsapevolezza di quello che le potenze imperialiste come la Gran Bretagna dove vivo compiono ancora oggi. Magari sono contro la natura che ci circonda o ad esempio nell’ambito alimentare: siamo infatti inconsapevoli di quanto vengono torturati gli animali che vengono uccisi per produrre la pancetta che mangiamo”. Il film batte produttivamente bandiera italiana grazie alla Iervolino Entertainment.

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