“Il bisogno di stare dove scorre la vita. Come dice il proverbio cinese: ‘Fai come l’acqua che va a cercare i luoghi bassi perché lì c’è la vera vita’”. Così Gabriele Salvatores spiega il suo ritorno on the road grazie a Tutto il mio folle amore, il suo nuovo film presentato in Mostra fuori concorso e dal 24 ottobre nelle sale per 01 Distribution.

Liberamente ispirato al romanzo Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas – a sua volta basato su una storia vera – l’opera ritrova i temi più cari e antichi del cineasta napoletano ma milanese di adozione, a partire dal viaggio e da quel sentimento di spaesamento dei suoi fragili e bellissimi personaggi che tanto hanno incantato il pubblico mondiale dei suoi primi film. Al centro è Vincent (il formidabile esordiente Giulio Pranno), un adolescente che “vede le parole ma non riesce a dirle”. Dal momento della nascita è sempre rimasto con sua madre Elena (Valeria Golino) e il padre adottivo Mario (Diego Abatantuono), senza mai conoscere quello naturale Willi (Claudio Santamaria), un cantante folk vagabondo e ramingo soprannominato il “modugno della Dalmazia”. Un bel giorno Willi torna nella vita di Vincent, con conseguenze tragicomiche per tutti.

In Tutto il mio folle amore è sottolineata la follia come nucleo degli snodi narrativi e drammaturgici: Vincent infatti, è affetto da una forma di autismo che lo rende compulsivamente entusiasta ed affettuoso ma, purtroppo, privo di filtri emotivi e dunque incapace del totale controllo di sé. La sua personalità resta comunque esplosiva e contagiosa, e Salvatores già avvezzo al racconto dell’adolescenza diversamente declinata, ha trovato in Vincent il personaggio perfetto per evidenziare in che misura egli sia in grado di distillare la follia che è in ciascuno dei suoi cari, esemplificativi di tutto quel mondo che osserva la disabilità altrui senza accorgersi della propria.

Con grande passione e una leggerezza non superficiale, il regista di Mediterraneo confeziona così un tenero road movie a doppia corsia: da una parte di Vincent e Willie rocambolescamente insieme per la prima volta, e dall’altra di Elena e Mario che cercano di scovarne le tracce e la destinazione. Sullo sfondo un universo naturale e umano fatto di sconfini balcanici, tanto seducenti quanto disarmanti, “che ci servivano in quanto confine reale e metaforico” spiega Salvatores che accosta volentieri la città di Trieste dove è girato e ambientato parte del film (come del resto il precedente Il ragazzo invisibile…) alla sua nativa Napoli “hanno la stessa malinconia e ci vivrei volentieri, anche se sto benissimo a Milano dove risiedo”.

Per la presenza del viaggio e dell’autismo (“ma questo non è un film sull’autismo”) Tutto il mio folle amore è facilmente avvicinabile al Rain Man di Barry Levinson di 30 anni fa in cui, guarda caso, recitava sempre Valeria Golino. È l’attrice e regista però a fare i distinguo: “All’epoca nessuno aveva mai fatto film sull’autismo, si conosceva meno su questo disturbo, oggi ci sono finalmente più conoscenze e meno pregiudizi, questo film che non è sull’autismo ma sulle relazioni ritrovate e sull’aggiustamento di una famiglia ferita, è più contemporaneo e tiene conto di questi progressi”.

Le relazioni intrattenute dai personaggi (i due padri e la madre) con il giovane Giulio sono paritarie “tutti noi ci facevamo abbandonare alla sorpresa dell’incontro” spiegano gli attori in coro, impegnati in un viaggio fisico ma anche interiore importante. E sul tema del viaggio e della “dislocazione” Gabriele Salvatores evoca l’alta letteratura: “Se la dislocazione è spesso utilizzata da Shakespeare che di frequente nei suoi lavori ha spostato le ambientazioni da quelle abituali, per quanto riguarda il viaggio, come diceva Rimbaud, non conta la meta ma il viaggio: viaggiando si è più aperti e vulnerabili. Non so se tonerò a fare film di viaggi fisici, che sono molto faticosi, magari mi limiterà a quelli interiori, non meno impegnativi”.

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