Ci sono aspetti ” positivi”, ma anche interventi che tradiscono “una visione delle criticità del processo penale punitiva per la magistratura”. L’Associazione nazionale magistrati torna a criticare la bozza di riforma della Giustizia presentata poco più di una settimana fa dal Guardasigilli, Alfonso Bonafede. Di fronte al Comitato direttivo centrale dell’organo rappresentativo delle toghe, il presidente Luca Poniz ha parlato di un testo che costituisce ” una risposta emozionale” alla bufera che ha investito la magistratura: “Non accettiamo riforme che siano l’esito di una contingenza drammatica”. 

Poniz e il segretario Giuliano Caputo nei giorni scorsi avevano già espresso una posizione critica su alcune delle proposte contenute nel disegno di legge delega. In primis il sorteggio per la composizione del Consiglio superiore della magistratura. “È manifestamente incostituzionale in tutte le sue forme”, ha chiarito il presidente dell’Anm bocciando anche l’ultima versione contenuta nella riforma della Giustizia del ministro Bonafede che prevede prima il sorteggio dei magistrati candidabili e poi l’elezione di chi raccoglie il maggior numero di voti

“È sbagliata una strategia di riforme basata sulla contingenza e sull’emergenza” e “suscitano più di una perplessità riforme che sembrano mostrare una possibile volontà punitiva”. Sono le parole pronunciate dai vertici dell’Anm in apertura del comitato, ribadendo la posizione del sindacato delle toghe. Il segretario Caputo ha invitato a evitare “risposte emozionali come l’evocazione di azioni disciplinari, come se i problemi si risolvessero con la minaccia di sanzioni”. Diversi aspetti della riforma sono poi stati in discussione da Unicost e Area, le correnti che sostengono la giunta assieme ad Autonomia e Indipendenza. Unicost in particolare nei giorni scorsi ha definito l’intervento legislativo una controriforma con intenti punitivi nei confronti dei magistrati, sollecitando l’Anm a reagire. 

L’aspetto che più viene criticato dal sindacato delle toghe riguarda le sanzioni disciplinari, introdotte per i pm che per “dolo o negligenza inescusabile” non rispettano la nuova tempistica prevista per le indagini preliminari. Inoltre, i pm che entro tre mesi dalla scadenza del termine massimo per la richiesta di archiviazione o di rinvio a giudizio restano inerti, avranno l’obbligo di depositare gli atti di indagine compiuti. E chi non lo farà, sempre per dolo o negligenza inescusabile, compirà un illecito disciplinare.

Nella bozza, che stata rivelata qualche giorno fa dell’agenzia Ansa, riforma prevede che se entro 3 mesi dalla scadenza del termine massimo di durata delle indagini preliminari (che diventano 5 o 15 per i reati più gravi). Se il pm non ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini (è l’atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio) o non ha richiesto l’archiviazione, scatta la tagliola: l’obbligo per il pubblico ministero di notificare “senza ritardo” all’indagato e alla persona offesa dal reato “l’avviso del deposito della documentazione relativa alle indagini espletate “, informandoli della facoltà “di prenderne visione ed estrarne copia”. La notifica di questo avviso potrà essere ritardata “per un limitato periodo di tempo e con provvedimento motivato” per i reati più gravi, come mafia e terrorismo in testa. La violazione di queste norme – è scritto nella bozza di riforma – costituisce un “illecito disciplinare, quando il fatto è dovuto a dolo o negligenza inescusabile”. Se dopo l’avviso alle parti il pm resta inerte, cioè non esercita l’azione penale e non chiede nemmeno l’archiviazione “entro il termine di 30 giorni dalla presentazione della richiesta del difensore della persona sottoposta alle indagini o della parte offesa, il suo comportamento integra appunto “un illecito disciplinare, quando il fatto è dovuto a dolo o negligenza inescusabile”.

In questo momento la durata media delle indagini preliminare è tredici mesi, 404 giorni per la precisione. Numeri contenuti dalle statistiche più recenti del ministero della Giustizia, riferite al 2017 e che si concentrano sui reati con autore noto. Dati diffusi dal Sole 24 Ore e che si riferiscono al 2017. Nel dettaglio il 53% delle indagini si è chiusa entro il termine ordinario di sei mesi e il 26% entro i due anni, il 20% ha invece sforato i due anni. Il 4,6% dei procedimenti si è addirittura prescritto nella fase delle indagini preliminari. Tempi che ovviamente cambiano da una procura all’altra. Il record della procura più lenta d’Italia appartiene a Brescia con una media di 829 giorni, quella più veloce è Trento con 108 giorni per chiudere un fascicolo.

Intanto sedici candidature sono state presentate per le elezioni suppletive che si terranno il 6 e 7 ottobre, indette per scegliere i due togati del Consiglio superiore della magistratura in rappresentanza dei pubblici ministeri, dopo le dimissioni di Antonio Lepre e Luigi Spina, coinvolti nella bufera che ha travolto il Csm per effetto dell’inchiesta di Perugia. Tra i candidati spicca il nome di Nino di Matteo, pm a Palermo nel processo sulla trattativa Stato-mafia e ora sostituto alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Tra gli altri si sono candidati Anna Canepa, anche lei sostituto alla Dna ed ex segretario di Magistratura democratica, titolare di importanti inchieste antimafia e che a Genova è stata pm nel processo per i fatti del G8. Altro esponente di Md è Filippo Vanorio, sostituto procuratore a Napoli, tra i pm dell’inchiesta su Silvio Berlusconi per la cosiddetta compravendita dei senatori. 

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