Chi lo avrebbe mai detto che un prodotto povero, o che consideravamo povero, diventasse il protagonista assoluto della coltivazione pontina in tutta la sua bontà e squisitezza? L’ho appurato ieri. Ed è stata una vera sorpresa.

Sarà che io, come tutti d’altronde, ero rimasta al cocomero comprato al supermercato, con delusione annessa. Con quel colore rosato sbiadito che già non ti invogliava granché. O se anche, con polpa succosa e zuccherina, ecco scoprirlo sfatto e passato di maturazione. Oppure, totalmente insapore. Come una zucca. Difficile insomma mangiarne uno maturo e croccante al punto giusto.
Al primo appuntamento gourmet di Red Taste (Rurale, Eccellente, Differente) invece ho avuto modo di conoscere e apprezzare che esiste un prodotto eccezionale e me ne sono perdutamente innamorata.

Appena l’ho assaggiato ho detto ai colleghi giornalisti ed esperti che erano con me: oddio, sto rimangiando il cocomero. Il cocomero di una volta. Quello della mia infanzia. Quello che il cocomeraro tastava con quel quadratino magico. Che se era buono te lo vendeva, sennò se lo teneva lui, come cibo per i maiali. Ora lo compri a scatola chiusa, e quello che capita, capita. I cocomeri che vengono coltivati nella zona tra Terracina, Sabaudia e Fondi, ed è questa la grande novità, non hanno bisogno di essere tastati. Sono tutti buoni. Sono tutti eccezionali. Sono tutti croccanti. Sono tutti maturi al punto giusto, tanto che il ministero delle Politiche agricole li ha eletti “eccellenza nazionale” e quindi entrati di diritto a far parte dei Pat, prodotti agroalimentari tradizionali.

In provincia di Latina sono all’incirca 70 le cooperative agricole, con oltre 300 aziende, sei centri di imballaggio e otto vivai, a occuparsi della piantagione, raccolta e lavorazione dei cocomeri pontini. A rendere l’anguria pontina particolarmente apprezzabile, secondo un panel test di esperti, è soprattutto la speciale dolcezza della polpa, dovuta al livello zuccherino compreso tra i nove e i dieci gradi. Particolarità che le viene data da una coltivazione accorta e molto, molto seguita da tanti esperti.

Caratteristica tra le tante è coltivarlo sotto stress. Cioè, innaffiarlo quanto basta. E poi, lo abbiamo appurato sul campo, le erbe infestanti che nascono naturali sul campo di angurie non vanno estirpate, ma lasciate a coprire gli ortaggi per proteggerli dal sole cocente e non farli “cuocere”. Un trucco per mantenerli freschi. Infatti degustata una fetta di cocomero direttamente lì, sotto il sole di mezzogiorno, era come se fosse appena uscita dal frigo. Eccezionale.

A favorire l’eccellenza di questo prodotto è anche la concimazione. La forte vocazionalità del territorio per l’allevamento vaccino e bufalino fornisce infatti tanta di quella disponibilità di compost naturale che la differenza la fa. Eccome se la fa. Ieri si è parlato molto di licopene e di vitamina C, caratteristiche nutrizionali importanti del cocomero pontino. E noi che pensavamo che fossero composti solo di acqua e zucchero…

Nulla però è nato per caso. Dietro tutto questo c’è un bel “motore”. Si chiama Claudio Filosa, perito agrario e dinamico presidente della cooperativa Latina Ortaggi di Sabaudia. Un imprenditore pieno di idee che nel giro di poco tempo è riuscito a portare all’avanguardia la sua azienda e quello che rappresenta, sia nell’innovare le coltivazioni, sia per le le scelte commerciali e promozione dei prodotti.

Insieme a Filosa opera un bel team, tra tutti la collega giornalista Tiziana Briguglio. Un team instancabile, che ora, dopo il riconoscimento governativo, intende lavorare per valorizzare il consumo di questo prodotto Pat. E stimolare le aziende del territorio a trasformare questo prodotto.

Il programma Red Taste di quest’anno prevede infatti sette appuntamenti gourmet nei più bei ristoranti dell’entroterra e litorale laziale, con cocktail al cocomero e combinazioni “di sapori” affidate alle mani di rinomati chef. Ieri il primo assaggio realizzato dallo chef Simone Nardoni. Un menù tutto a base di cocomero pontino. Il piatto più intrigante e sorprendente? Come un carpaccio. Ah sì eh. Io ero proprio sicura che stessi mangiando un carpaccio di carne. Invece no. Era cocomero lavorato come la carne, affettato sottilmente e servito esattamente come un carpaccio. Chapeau!

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