Lo scorso martedì la ministra per il Trasporto francese, Elisabeth Borne, ha annunciato che il governo applicherà una ecotassa sui biglietti aerei per tutti i voli in partenza dalla Francia, tranne le coincidenze e quelli per la Corsica e i territori francesi d’Oltremare. Questa misura, che verrà inserita nella finanziaria del 2020, sarà applicata a tutte le compagnie aree; l’ammontare sarà tra gli 1,50€ e i 3€ per i voli nazionali ed europei, e tra i 9€ e i 18€ per quegli extraeuropei.

Ricordate tutti, immagino, la proposta del rialzo delle tasse sulla benzina che ha provocato le rivolte dei gilets jaunes in Francia (proposta poi congelata dall’esecutivo). All’epoca si parlò di tassare piuttosto l’aviazione, settore che in sé costituisce il settimo (settimo!) paese per quantità di emissioni climalteranti. Questo settore è anche in rapida crescita, se guardiamo il numero di passeggeri e di aerei in costruzione: senza opportuni interventi, il numero di emissioni entro il 2050 rischia di raddoppiare, se non triplicare.

Sì, perché il settore dell’aviazione al momento non solo gode di speciali esenzioni dalle tasse: non è nemmeno soggetto al sistema europeo di scambio delle quote di emissione, uno degli strumenti principali della politica Ue per il clima.

L’idea dell’esecutivo francese di introdurre questa ecotassa, perciò, non è di per sé malvagia, ma il suo concreto impatto sarà debole. Le somme pattuite sono esigue, anche solo se paragonate a quelle in atto in altri paesi Ue come la Svezia (da 5,8€ a 38,75€), in cui sta prendendo sempre più piedi il cosiddetto flygskam, la “vergogna di volare”, un fenomeno per cui usare l’aereo al posto di alternative più sostenibili è visto in maniera negativa dalla popolazione.

Soprattutto, però, questa tassa sui biglietti è una misura che non colpisce affatto la vera fonte dell’inquinamento: il carburante fossile di per sé. Il consumatore è certo responsabile delle proprie scelte, ma la vera responsabilità ricade su chi inquina: le compagnie aree, le aziende fossili.

Una alternativa a questa ecotassa c’era, sostenuta dagli attivisti per il clima, ong e politici ecologisti: una tassa sul kerosene, l’unico combustibile a non essere tassato.

Che ne è stato di questa proposta? Cassata, perché, secondo il governo, avrebbe colpito negativamente gli interessi francesi. O meglio, gli interessi delle aziende fossili. Borne ha affermato che il gettito fiscale derivante da questa tassa sarebbe di 128 milioni di euro l’anno (da reinvestire in sistemi più ecologici, come il trasporto su rotaia). Bene. Si calcola però che il ricavato di una tassa sul kerosene sarebbe di 40 miliardi l’anno. Inoltre uno studio della Commissione europea ha dimostrato che questa tassa porterebbe a una riduzione del 18% delle emissioni del trasporto aereo.

Questa misura, giunta mentre la città di Parigi dichiarava l’emergenza climatica, è forse un passo in avanti, dettato anche dalla centralità nel dibattito pubblico del tema del clima (e non è un caso che i Verdi francesi si siano affermati come terzo partito alle scorse elezioni europee, con ben 12 deputati). È però un passo insufficiente.

Le alternative, come la tassa sul kerosene, ci sono. Macron l’aveva rifiutata con la scusa degli interessi nazionali, appellandosi piuttosto alla creazione di una tassa Ue che avrebbe riguardato tutti i paesi membri. Chissà, forse nella speranza che qualcuno di loro vi avrebbe posto il veto, come successo con l’opposizione dei paesi di Visegrad a obiettivi più ambiziosi nella lotta al cambiamento climatico.

Proprio l’Europa è l’orizzonte cui dobbiamo puntare se vogliamo davvero avere un impatto sul clima. Europa, Green New Deal: questi i due pilastri della nostra azione. Ed è proprio pensando a Europa e Green New Deal che con Marco Cappato e il professor Alberto Majocchi abbiamo avviato un progetto che va esattamente in questo senso: un prezzo europeo sulle emissioni di CO2, che sposti la pressione fiscale da chi lavora su chi inquina.

Si tratta di una iniziativa dei cittadini europei in corso di pubblicazione, che chiede alla Commissione europea di introdurre una legislazione che preveda un prezzo minimo sulle emissioni di CO2, da 50€ per tonnellata nel 2020 a 100€ per tonnellata nel 2025, insieme a un meccanismo di adeguamento alla frontiera per le importazioni da paesi extra-Ue. Il gettito fiscale verrebbe poi reinvestito in efficienza energetica, rinnovabili e nella diminuzione della pressione fiscale per i lavoratori.

Il primo ministro francese Édouard Philippe aveva parlato di “accelerazione ecologica” per rispettare gli accordi di Parigi e azzerare le emissioni entro il 2050. La decarbonizzazione delle economie è l’unico modo che abbiamo per contrastare gli effetti più devastanti del collasso climatico.

E questa decarbonizzazione ha bisogno non di palliativi, ma di misure radicali: colpire gli interessi economici delle industrie fossili, eliminare i sussidi, investire nelle alternative ecologiche che esistono già e aspettano solo che la politica faccia sì dei passi in avanti, ma quelli giusti.

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