Sabato ha annunciato che la Germania è pronta ad accogliere alcuni migranti dell’Alex e della Alan Kurdi e chiesto a Matteo Salvini di “riconsiderare” la chiusura dei porti perché le imbarcazioni che salvano persone non dovrebbero essere lasciate a vagare nel Mediterraneo. Aspettando un cambio di rotta del vicepremier italiano, nei giorni precedenti, il ministro dell’Interno tedesco, Horst Seehofer, deve aver rivisto le sue idee. Perché da anni è uno dei fautori della linea restrittiva in tema di migrazioni, della quale è così convinto da essere arrivato più volte a un passo dalla crisi di governo con Angela Merkel. Non solo. Nel 2017, quando era leader dei cristiano-sociali bavaresi teorizzò al Rheinische Post: “Se necessario va chiuso il Brennero. Dobbiamo proteggere insieme le frontiere esterne. Per questo i controlli sulla frontiera tedesco-austriaca e tedesco-svizzera devono continuare”.

Pochi mesi dopo – marzo 2018 – è diventato ministro dell’Interno dopo 40 anni di politica, essendo diventato deputato della Csu nel 1980. Cresciuto in una famiglia cattolica di Ingolstadt – la città dell’Audi -Seehofer entra nel partito conservatore appena ventenne. Dopo una lunga carriera al livello federale – prima come sottosegretario del Lavoro dal 1989 al 1992, poi come ministro della Salute nel quarto governo Kohl, e successivamente all’Agricoltura nel primo governo Merkel del 2005 – abbandona tutto nel 2008 per diventare ministro-presidente della Baviera fino all’arrivo agli Interni tedeschi.

Preso possesso degli uffici, è scontro immediato con l’alleata-nemica Merkel per un’uscita sull’Islam (“Non appartiene alla Germania, paese forgiato dal cristianesimo”) e l’annuncio di una misura che il suo sottosegretario Stephan Mayer definisce di “altissima priorità”: l’apertura del primo centro di espulsione per i profughi che non abbiano diritto al permesso di asilo entro l’autunno 2018. Nel frattempo viene criticato da Linke, Verdi e associazioni come Terres des hommes per la nuova normativa sui ricongiungimenti familiari che, oltre a porre un tetto di 1000 annui, impedisce, secondo i partiti più a sinistra, ai bambini minorenni in Germania di fare arrivare i fratelli rimasti in patria.  Si intensificano quindi le frizioni con Merkel fino a raggiungere nei mesi successivi momenti di alta tensione. In particolare sul respingimento dei profughi ai confini della Germania, previsto in quello che è stato ribattezzato il “masterplan” ideato da Seehofer. “Necessari”, li definì il 18 giugno 2018 parlando di una immigrazione “non sotto controllo”. 

Era l’inizio di settimane tesissime con la cancelliera, ai limiti della rottura totale, terminate solo nei primi giorni di luglio con l’accordo sui “centri di transito”. Anche se l’idea di Seehofer è sempre la stessa: “Nessun paese nel mondo può prendere migranti senza limiti. L’integrazione può accadere soltanto con una limitazione dell’immigrazione. L’umanità deve iniziare nei paesi di origine”. Dove però il suo ministero e l’Ufficio immigrazione negli stessi giorni sbagliano a rimandare un cittadino afgano: un 20enne di Neubrandenburg non avrebbe dovuto essere espulso, ma il 3 luglio viene rimandato a Kabul insieme ad altri 68 connazionali. Sbrigativa la sua risposta sul caso: “Un errore procedurale”. Bazzecole, se confrontate con la polemica politica scatenata lo scorso settembre a causa di un’intervista in cui definì la migrazione come la “madre di tutti i problemi politici” del Paese. Non solo: Seehofer ammise che (“se fossi stato un cittadino comune” e non un ministro) sarebbe andato anche lui a manifestare nella marcia degli anti-migranti a Chemnitz finita con 20 feriti e saluti nazisti: “Ovviamente non sarei stato con i radicali”.

Più e più volte, sia nei bilaterali con il cancelliere austriaco Kurz che con il ministro Salvini, nonché in Parlamento, Seehofer ha rimarcato la necessità di una “soluzione europea” al tema migrazioni e sostenuto l’idea di protezione delle frontiere esterne. Nel frattempo, ha fatto mettere a punto un pacchetto di misure che rendono più difficile evitare l’espulsione per i migranti che si vedano respinta la richiesta di asilo. Il ministro dell’Interno ha spinto anche per rivedere il sistema di sussidi per i migranti in Germania, prevedendo di negarli a coloro ai quali sia stato concesso l’asilo in un altro Paese Ue e che tentino successivamente di stabilirsi in Germania.

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