Merce mai consegnata, ricorso costante alle procedure d’urgenza, anomali step di pagamento. È quanto emerge dall’ultima inchiesta della magistratura sulle forniture alla Marina militare. Un’indagine che apre un nuovo squarcio sulla gestione del denaro pubblico in alcune basi militari del sud Italia. A finire nell’occhio del ciclone, questa volta, è il Battaglione San Marco di stanza a Brindisi. Sono 24 le persone finite nel registro degli indagati tra ufficiali, sottufficiali e imprenditori. Il pubblico ministero Raffaele Casto della procura di Brindisi ha contestato a vario titolo i reati di falso e peculato militare.

Sono diverse le forniture che secondo l’accusa non sarebbero mai state realmente consegnate oppure sarebbero state consegnate a distanza di mesi o addirittura anni dal pagamento delle fatture. Materiale tecnico in dotazione ai militari del Battaglione San Marco dal costo elevato come camere termiche costate 31mila euro oppure 4 binocoli militari del valore di ben 89mila euro o un sistema remotizzato di 9 dissuasori per aprire e chiudere le strade costato 41mila euro. E ancora le indagini hanno svelato che, ad esempio, 788 artifizi acustici luminosi, 778 artifizi lacrimogeni e 320 artifizi illuminanti d’allarme destinati alle esigenze del “Battle Group” non sono mai stati consegnati al comando militare.

Le fatture, però, venivano liquidate. Sempre. Addirittura prima dell’arrivo del materiale. Dall’inchiesta, infatti emerge il modus operandi utilizzato dagli indagati: per l’accusa il puntuale ricorso alla “procedura in economia per l’acquisizione di beni e servizi” consentiva non solo di evitare la vera e propria gara d’appalto, ma soprattutto di invitare aziende ritenute dagli inquirenti compiacenti. E così, stando a quanto emerge dall’avviso di conclusione delle indagini, ad aggiudicarsi le forniture erano sempre poche ditte, tutte riconducibili a un unico imprenditore

Ed è qui che gli investigatori hanno individuato un’altra anomalia: i militari invitavano aziende a partecipare a queste procedure in economia “pur sapendo – scrive il pm Casto – che si trattava di un’impresa non iscritta all’albo fornitori né al Mercato Elettronico della Pubblica Amministrazione” e “non in possesso dell’autorizzazione prefettizia necessaria per la rivendita dei prodotti ad uso militari”. Insomma aziende che in una normale gara d’appalto non sarebbero mai state ammesse e che invece grazie a questo escamotage incassavano decine di migliaia di euro. A differenze delle altre inchieste esplose nella base militare di Taranto, in questa vicenda non sono emerse “mazzette” per gli ufficiali o i sottufficiali, anche se la modalità di pagamento anche agli investigatori sono apparse particolarmente insolite: il “cassiere” infatti attestava l’avvenuto pagamento, ma invece dell’accredito bancario chiedeva alla banca l’emissione di un assegno circolare intestato alla azienda fornitrice che veniva trattenuto dal comandante per poi restituirlo alla banca e chiedere il riaccredito dell’importo e l’ordine di bonificare la somma all’azienda.

Un sistema che gli indagati proveranno a spiegare negli interrogatori che potrebbero essere chiesti già nei prossimi giorni. Ma sulla vicenda aleggia fortemente lo spettro della prescrizione: i fatti scoperti dalla procura brindisina, infatti, risalgono addirittura agli anni tra il 2011 e il 2013. La forza armata in una nota stampa ha espresso “il proprio profondo rammarico per la vicenda, in particolare ove fosse definitivamente accertato il coinvolgimento di proprio personale” annunciando che “nel condannare fermamente la presunta attività delittuosa oggetto dell’indagine, conferma il pieno sostegno all’azione della magistratura e ribadisce come siffatti comportamenti danneggiano, in primo luogo, l’immagine della Forza Armata, degli uomini e delle donne che svolgono con onore, dignità e sacrificio il proprio dovere in servizio. Pertanto, non esiterà a costituirsi parte civile nei discendenti procedimenti penali”.

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