Lo aveva annunciato il 24 maggio in lacrime, davanti alla sua residenza da primo ministro al 10 di Downing Street. Oggi, Theresa May ha confermato la sua decisione: si è dimessa da leader dei Tory. Il passo indietro del capo del governo è avvenuto in maniera riservata, senza ulteriori annunci pubblici, semplicemente con una lettera privata al partito. Adesso la formazione conservatrice dovrà nominare il nuovo leader entro la fine di luglio, in una corsa a undici che vedrà sfidarsi, tra gli altri, l’ex sindaco di Londra, Boris Johnson, la ministra per i Rapporti con il Parlamento, Andrea Leadsom, e il ministro dell’Ambiente, Michael Gove.

May rimarrà comunque in carica come primo ministro fino a fine luglio, quando il Partito Conservatore nominerà il suo successore alla guida della formazione e del governo. Rimarrà come premier dimissionario e, quindi, non prenderà alcuna decisione relativa alla Brexit.

Il percorso di Theresa May alla guida del governo era cominciato in salita. Arrivata a Downing Street per sostituire David Cameron, con il Paese che aveva appena votato per uscire dall’Unione europea, si era presentata come la nuova Lady di Ferro, pronta a un’uscita senza accordo “migliore di un cattivo accordo”. Poi le concessioni a Bruxelles, la posizione di svantaggio nelle trattative e, da ultimo, l’opposizione e il blocco di Westminster l’hanno portata prima ad annacquare le proprie posizioni e, infine, a capitolare. 

Al momento sono in 11 a essersi candidati per sostituirla sulla poltrona di primo ministro. Il suo successore sarà colui che dovrà raggiungere l’accordo definitivo per l’uscita del Regno dall’Unione, in programma per il 31 ottobre con possibilità di rinvio. Tra i nomi in lizza ci sono quello di Boris Johnson, sostenitore di una hard Brexit, insidiato dal suo vecchio alleato,  il ministro dell’Ambiente Michael Gove che col tempo ha assunto posizioni più moderate.

L’ex primo cittadino londinese, 54 anni, è uno dei capofila dei Brexiteers ed ex ministro degli Esteri del governo May, non ha mai cessato di metterla in difficoltà criticandola per la sua strategia nei negoziati sulla Brexit con Bruxelles, prima di lasciare il governo per difendere una rottura netta con l’Ue. Abile e carismatico, è popolare fra i militanti della base del partito ma molto meno fra i suoi pari che gli rimproverano le numerose gaffe e un certo dilettantismo.

Gove, invece, è stato luogotenente di Johnson durante la campagna referendaria del 2016, ma gli ha poi ritirato il sostegno all’ultimo momento per presentare la propria candidatura, prima di essere alla fine eliminato nel voto dei membri del partito. Se Bruxelles accetta di rinegoziare, è pronto a chiedere un nuovo rinvio della Brexit per evitare un no deal il 31 ottobre.

Altro nome che piace ai sostenitori della hard Brexit e tra i più gettonati è quello di Andrea Leadsom, 56 anni, anche lei dimessasi dal governo May il 22 maggio in disaccordo con la strategia di uscita dall’Ue, dando il colpo fatale alla premier che due giorni dopo ha annunciato l’addio. Anche lei sostenitrice della no deal Brexit ha passato circa 30 anni nella City di Londra e ha cominciato a diventare un nome nella campagna del referendum del 2016, quando era sottosegretaria all’Energia, difendendo con passione l’uscita dall’Ue senza mai abbandonare toni pacati.

Altro ministro, ma dalle posizioni più dialoganti e aperto a discutere diverse soluzioni è Jeremy Hunt, che ha sostituito proprio Johnson agli Esteri. Aveva sostenuto la permanenza nell’Ue prima di cambiare opinione, deluso dall’approccio di Bruxelles nei negoziati definito “arrogante”. Ex uomo d’affari, 52 anni, fluente in giapponese, ha una reputazione di persona responsabile che non teme le sfide, dopo avere gestito per sei anni le sorti del servizio sanitario nazionale affrontando una profonda crisi quando era ministro della Sanità. Se in un primo momento aveva detto che “un no deal è meglio che nessuna Brexit”, adesso ritiene che provare a ottenere un’uscita dall’Ue senza accordo a ottobre sarebbe “un suicidio politico” per i conservatori.

Chi con la Brexit ha già avuto direttamente a che fare è Dominic Raab, ex ministro incaricato di gestire l’uscita dall’Europa e dimessosi quattro mesi dopo perché contrario alla linea ritenuta troppo morbida della premier. A chi recentemente gli ha chiesto se si vede a Downing Street, questo politico 45enne euroscettico ha risposto: “Non bisogna mai dire mai”. Avvocato specializzato in diritto internazionale, questo deputato ultra-liberale ed euroscettico è tra le figure della nuova guardia dei conservatori.

Nominato nel 2018 alla guida del ministero dell’Interno, 49 anni, Sajid Javid è un candidato che si è guadagnato il rispetto dei suoi con la gestione dello scandalo Windrush sul trattamento degli immigrati di origine caraibica arrivati nel Regno Unito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ammiratore di Margaret Thatcher, ex banchiere e figlio di un conducente di bus pakistano, al momento del referendum di giugno 2016 si è pronunciato contro la Brexit ma da allora difende posizioni euroscettiche.

Altri nomi considerati in seconda linea sono poi quello di Esther McVey, ex ministra del Lavoro contraria all’accordo concluso dalla premier con Bruxelles, Mark Harper, deputato 49enne che vorrebbe un ulteriore rinvio della Brexit per avere il tempo di discutere un nuovo accordo, Rory Stewart, che respinge la possibilità di un no deal, Matt Hancock, ministro della Sanità, ex economista della Banca d’Inghilterra ed ex Remainer, e Sam Gyimah, ex sottosegretario all’università che sostiene la necessità di un secondo referendum.

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