Il reale memeizzato ci porta in casa, a più ondate, il sarcasmo sui nuovi “leader” della sinistra italiana: la sinistra riparta da Gennaro Gattuso, la sinistra riparta da Pamela Anderson, la sinistra riparta da “Cipo” (il pappagallo calopsita che fischia Bandiera rossa) e così via.

Circola già il meme del ragazzo di Torre Maura che ha affrontato i militanti di estrema destra in protesta contro il collocamento di un gruppo di rom presso il loro quartiere. Questo ragazzino di 15 anni, però, ha dato una lezione a costoro. Per quello che si vede dai video che circolano in rete, con fare tranquillo. Anche quando uno, in modo tra il paternalistico e il minaccioso, gli ha messo le mani addosso e gli ha gesticolato sotto il naso cercando di fare il solito mansplaining, il ragazzino ha detto cose di assoluto buonsenso, mettendo in luce il fatto che la protesta riguardasse, come al solito, una minoranza. Ecco, io suggerirei di guardare quel video, e magari, se non proprio di “ripartire” da lui, di assimilare la lezione su cosa si dice in pubblico e come lo si dice, e magari su come si dice qualcosa di sinistra. Non sono sicuro che il ragazzino, di cui non conosco il nome, sia di sinistra e abbia piacere di questa associazione con la sinistra, ma posso dire che se i leader di sinistra andassero in piazza a dire ciò che questo ragazzino ha detto svolgerebbero un po’ meglio la loro funzione.

Dopodiché però occorrerebbe che facessero anche un’altra cosa. Occorre infatti spiegare, attraverso un nuovo patto sociale, perché le persone dovrebbero “sopportare” certi disagi, veri o costruiti ad arte dagli imprenditori della paura. Occorre cercare di fondare un nuovo senso dello stare insieme, chiedendo alle persone più fortunate di sobbarcarsi certi oneri, ma ciò si può fare solo se nel contempo si risponde con altre misure che vadano nella direzione della sicurezza, ma di quella sociale ed economica, non quella “urbana” (che pure ci vuole, per carità).

Faccio un esempio: nel quartiere in cui vivo, la sera si dà da mangiare ai senzatetto. Questo per qualcuno può provocare qualche disagio (qualcuno usa gli spazi tra i cassonetti per fare i bisogni, qualcun altro alza un po’ troppo il gomito; e poi ci sono i disagi solo “percepiti”, legati alla paura del diverso, al rifiuto di vedersi attorno il disagio sociale, perfino di vedere girare per il quartiere “facce scure”). Naturalmente, questa situazione, che pure qualche piccolo disagio crea, non mi preoccupa più di tanto: esco la sera, incontro queste persone, non danno noia e soprattutto penso di essere più fortunato di loro e che posso sobbarcarmi qualche disagio.

Si può chiedere a tutti la stessa cosa? Oppure occorre rilegittimare il nostro legame sociale, il nostro stare insieme, rinnovando e rafforzando non solo le garanzie, ma anche il modo di percepire il mondo, puntando per esempio su una nuova “educazione civica”? Questo se si vuole continuare a vivere insieme e recuperare alla ragionevolezza persone che la stanno perdendo per strada. Per quelli marci dentro, quelli che calpestano il cibo, temo invece non ci sia speranza. Ed è per questo che propongo da tempo lo scioglimento delle formazioni di estrema destra.

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