Terremoto Friuli 1976 – La fuga di Andreotti dai “facinorosi” delle tendopoli, il vescovo eretico (“fabbriche e case prima delle chiese”) e la ricostruzione modello gestita dai sindaci
UDINE – Non solo i sindaci friulani che si caricarono sulle spalle il peso della ricostruzione. Oppure lo spirito atavico del “Fasin di bessoi” (facciamo da soli) dopo che l’Orcolat si era drammaticamente risvegliato nelle viscere della terra, tra Gemona e Artegna, il 6 maggio 1976, causando quasi mille vittime e tremila feriti, distruggendo oltre 17mila abitazioni e danneggiandone gravemente altre 70mila. Ma neanche l’attaccamento proverbiale alle proprie case, alle pietre carniche, così da rifarle, possibilmente com’erano e dov’erano. I cinquant’anni trascorsi dal sisma sono cominciati come una lucida storia di sovversione non violenta, di ribellione della gente, di orgogliosa insofferenza verso i centri di potere lontani. Una rivendicazione nata nelle tendopoli, maturata attraverso le discussioni sul modello del Friuli da ricreare, perseguita a costo di vedersi affibbiato l’epiteto di facinorosi.
“Quella espressione fu usata nei confronti dei comitati, il 3 e 4 settembre 1976, pochi giorni prima della seconda scossa, quando venne in visita Giulio Andreotti”, ricorda don Angelo Zanello, che allora aveva trent’anni ed era cappellano ad Artegna. Un prete trasformato in capopopolo per necessità. “C’era una forte tensione sociale, la gente ribolliva dalla voglia di fare, ma vedeva la lentezza della politica. I comitati erano considerati eversivi, perché in quei giorni non diedero tregua al presidente del consiglio, lo hanno rincorso ovunque finché lui si è rinchiuso nella caserma Goi di Gemona”. Fu allora che il vescovo Alfredo Battisti fece il gran rifiuto. Gli avevano detto di entrare con le autorità, ma lui volle restare fuori, assieme alla gente. Era il prelato che già l’11 maggio precedente aveva indicato il tracciato da seguire, con parole diventate proverbiali: “Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”. Dove possibile si dovevano riportare uomini e donne al lavoro, poi si sarebbe pensato a superare la fase delle tende, seguita da quella dei prefabbricati, per ridare ai sopravvissuti il proprio fogolar. Solo alla fine si sarebbe pensato ai templi della fede.
Dicono che Andreotti si scusò, per quella fuga davanti alla popolazione. Era quasi trascorsa la prima estate e la neve sarebbe arrivata di lì a poco, preceduta dalle nuove scosse dell’11 e 15 settembre. “Battisti fu gigantesco, obbediva alla sola filosofia di rendere protagonisti del proprio destino i friulani che fin dal primo momento non si erano arresi” aggiunge don Zanello, che in seguito divenne uno degli animatori della Caritas udinese. E ricorda le parole di David Maria Turoldo: “Dobbiamo mettercela tutta per dare un futuro a questo Friuli, nonostante le disgrazie, dobbiamo dare un senso a questa lunga marcia nella notte”.
Ma che cosa avevano da dire ad Andreotti i capifamiglia arrabbiati? Lo avevano già deciso l’8 agosto 1976 in una grande assemblea dei comitati sotto le tende a Gemona. Una piattaforma con pochi punti, chiarissima. “Innanzitutto la ricostruzione non avrebbe dovuto passare sopra la testa della gente, i protagonisti avremmo dovuto essere noi. – ricorda don Zanello – I mezzi economici dovevano arrivarci direttamente, senza intermediazioni. Infine, nessuno spazio alla burocrazia. Fu così che i sindaci si assunsero la responsabilità, comune per comune. E dove non ci fosse stato accordo con i privati, i Comuni avrebbero sostenuto il recupero degli stabili, poi le famiglie sarebbero intervenute con mezzi propri”. La ricostruzione cominciò da quelle premesse e si è arrivati a ricostruire ben più del patrimonio raso al suolo o danneggiato. Nei primi giorni la gente tirò fuori dalle case tutto quello che si era salvato e lo mise a disposizione della comunità, alla lunga tirò fuori il meglio di sé, lo spirito per ripartire.
Ci furono capitali pubblici e privati, una catena di solidarietà da tutto il mondo. La parrocchia di Artegna aveva ricevuto una donazione di 110 milioni di lire dalla diocesi di Vicenza. Come impiegarli per farne un volano economico? Il giovane cappellano chiese aiuto all’Azione cattolica di Milano, che lo indirizzò addirittura da Enrico Cuccia. “Mi disse come costituire un fondo, attraverso una banca locale, da cui si attingeva per dare contribuiti gratuiti. Fu la base per la rinascita”. Che non fu per niente semplice, anche se a distanza di tanti anni prevale l’epopea mitica. La prima fase fu nelle tende. Poi vennero i prefabbricati. Intanto cominciarono le prime riparazione. A settembre 1976 gli alpini dell’Ana avevano riparato tremila tetti quando arrivò la seconda scossa, che sembrò annichilire le speranze, riaprendo quella che lo storico Walter Tomada avrebbe poi definito “la faglia dentro”. Quando fu chiaro che il primo inverno era ormai alle porte, scattò un esodo biblico. La gente andò negli alberghi sul litorale adriatico, Bibione, Lignano, Caorle, Sottomarina… Al mattino veniva portata con gli autobus nei luoghi di lavoro, alla sera andava a dormire in riva al mare.
Una figura importante fu quella del commissario Giuseppe Zamberletti, che lasciò subito Roma insediandosi in Friuli, da dove diresse i soccorsi, quindi la macchina della ricostruzione. “Il segreto fu la fiducia che venne data ai sindaci, perlopiù giovani. – spiega Franco Bagnarol, una vita da scout e nel volontariato della Protezione Civile – Quella fiducia venne ripagata, perché non ci furono né sprechi né scandali, in un percorso che è durato circa 10 anni. Fu l’eredità più importante”. Guardando alla dimensione umana e civile, la riflessione di don Zanello: “Oggi c’è disaffezione alla politica, allora la partecipazione dimostrò che ogni cittadino può dare qualcosa nel suo piccolo, per costruire qualcosa di grande fuori dalla porta di casa. Fu l’esaltazione della capacità di mettersi assieme. Non ci fu nemmeno il tempo per piangere i morti, ci si rimboccò subito le maniche. Dall’esperienza della morte è nato l’amore per la vita”.
Da settimane il Friuli ricorda l’Orcolat con celebrazioni, convegni, discussioni. Il 6 maggio a Gemona si riunisce il consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia in seduta straordinaria, alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella.