Su Spotify c’è una playlist che riunisce Calcutta, Achille Lauro e la trap pariolina della Dark Polo Gang. Non è uno dei tanti daily mix indie, ma “Le Parole delle Canzoni” della Treccani. Sì, avete letto bene, proprio l’Enciclopedia. Ed è in buona compagnia: il dizionario Zanichelli esplora le vie di Instagram (che sono infinite) e la Crusca risponde ai dubbi dei lettori su Facebook, con l’hastag #lacruscarisponde. Per parlare ai più giovani la cultura diventa pop, a portata di smartphone: tono leggero, grafiche colorate, ma nei testi lo stesso rigore che caratterizza le prestigiose istituzioni culturali. “Cambiano usi e costumi, ma non il bisogno di informazioni corrette e verificate – spiega Luigi Romani, responsabile Digital dell’Istituto Treccani – anche da parte dei più giovani”.

La Treccani su Spotify, dunque? “Gli istituti europei preposti alla compilazione delle enciclopedie sono andati scomparendo, o si sono convertiti esclusivamente al digitale. La Treccani invece continua la produzione cartacea, a cui affianca quella online” spiega Romani, che coordina sito web e pagine social dell’Istituto. “Cerchiamo di fare di questo connubio un punto di forza, senza rinunciare alla qualità e all’accuratezza”. I millennials non comprano più le enciclopedie in volumi, ma si affidano comunque al portale online: la maggior parte del traffico, sottolinea Romani, è formato da utenti tra i 25 e i 34 anni.

Per fidelizzare questo nuovo pubblico è nata la playlist che concilia musica indie, etimologia e storia della letteratura. Il meccanismo è semplice: si scelgono gli artisti più popolari sui social, poi per ogni canzone si individua un lemma particolarmente significativo e si analizza con un post sui social. “La playlist entra in un progetto più ampio, per la tutela dell’uso corretto delle parole. Cambiano i canali, ma non l’essenza della Treccani: realizziamo tutti i nostri testi con lo stesso rigore“. Strano connubio, tra M¥ss Keta e la Treccani, ma vincente: il post su Pazzeska, nuovo singolo della cantante mascherata, è stato visto da 320mila persone, generando 72mila interazioni. Una specie di parafrasi dei versi della regina delle notti milanesi: “Sono testi che possono, anzi, devono essere interpretati come quelli tradizionali: nelle spiegazioni diamo sempre un elemento informativo”. E così Temporale di Ghemon diventa un bel ripasso di scienze (“perturbazione atmosferica di carattere violento e passeggero”) e Tu t’e scurdat’ ‘e me di Liberato si ricollega idealmente al romanzo cavalleresco (“nella tradizione letteraria la rosa è un topos ricco di simboli”).

La professoressa Romana Andò, che insegna Sociologia dei processi culturali e comunicativi alla Sapienza di Roma, la reputa un’operazione interessante perché capace di accorciare le distanze tra cultura “alta” e vita quotidiana: “Nell’immaginario collettivo, Treccani rappresenta la cultura con la C maiuscola, come la Crusca. Ma è una percezione che le nuove generazioni non hanno, perché neanche la ricerca scolastica si fa più sulla Treccani ormai. Non bisogna pensare ai social come cultura di serie B: nel senso più ampio del termine, la cultura si produce nella vita di ogni giorno, di cui Instagram fa indubbiamente parte”. Anche il dizionario Zanichelli ha un suo account (quasi 10mila follower) dove racconta “le parole di oggi e di domani” per immagini: bucolico, souvlaki, street food.

Esperimento riuscito, insomma. Ma non è mancato qualche sopracciglio alzato, racconta il responsabile digital della Treccani, e qualche accusa di lesa maestà: “Questo tipo di critica ci viene mossa soprattutto con i neologismi, come Ferragnez. Noi ci limitiamo a registrare la formazione di nuove parole, non diamo bollini di legittimità. La lingua è sempre guidata dall’uso”. Più di un milione di voci tratte dalla nutrita collana di titoli dell’Istituto oggi sono consultabili gratuitamente sul portale online. Si spazia dalla moda alla geopolitica, dal cinema ai prodotti IGP: “Registriamo circa 300mila utenti unici al giorno e il traffico aumenta man mano che ampliamo la base dati” conclude Romani.

Anche la prestigiosa Accademia della Crusca, presente sul web dal 1996, ha i suoi profili social. Stefania Iannizzotto, che cura la pagina Facebook, spiega che le piattaforme sono una vetrina sul sito, per far conoscere al pubblico eventi e banche dati. In più, hanno il grande pregio di ridurre le distanze tra un’istituzione percepita come inaccessibile e il pubblico: “Ci siamo accorti che le persone sui social hanno meno timore reverenziale e magari ci pongono domande che tramite il sito non farebbero. Come se fossimo più a portata di mano“. Nei commenti, racconta, capita spesso che le persone discutano tra loro: gli universitari che rispondono ai puristi della lingua e viceversa. “I social sono un ottimo modo per riavvicinare gli estremi: creare questi collegamenti diventa uno stimolo in più per spingere i ragazzi ad approfondire”. La Crusca non è ancora su Instagram, ma potrebbe sbarcarci presto, per raggiungere i gli under 25: Facebook ormai è un social per adulti, infestato dai genitori e dal #buongiornissimokaffè. In virtù della sua esperienza nelle scuole, Iannizzotto vuole sfatare il mito degli adolescenti che leggono poco, digitano molto e vandalizzano la lingua italiana: “Bisogna ripensare i programmi scolastici e i libri, in modo da renderli più coinvolgenti. Magari attraverso i fumetti o le canzoni, perché no. Un aggancio familiare può essere lo spunto per andare a ritroso, verso una lingua più antica”. Che è un po’ il principio della playlist della Treccani, che parte da Ghali e arriva a Verga.

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