di Federica Pistono*

Il romanzo saudita contemporaneo offre all’Occidente l’immagine di un regno tanto ricco quanto conservatore, in cui la šarīʿah (la legge islamica) è applicata alla lettera e le libertà civili appaiono particolarmente ridotte. L’immagine corrisponde alla realtà, giacché non esiste pluralismo politico e l’interpretazione dell’Islam adottata ufficialmente nel Paese, il wahhabismo, è una delle più restrittive. Se è evidente che tale lettura rigorista della religione determina ancora effetti negativi sulla produzione artistica – la censura impedisce di fatto la diffusione di numerose pubblicazioni (come pure, fino a poco tempo fa, la proiezione di film nelle sale cinematografiche) – ciò non ha tuttavia frenato lo sviluppo del genere letterario del romanzo.

A partire dagli anni Novanta, per poi proseguire negli anni successivi, una schiera di scrittori e di scrittrici comincia a esplorare le problematiche sociali del rinnovamento dei costumi e dell’emancipazione femminile. Se nei romanzi a firma femminile emerge con prepotenza il tema della rivendicazione dei diritti della donna – basti pensare ad autrici come Raja Alem, Samar al-Muqrin, Badriya al-Bishr, tutte accomunate dal fatto di porre l’universo femminile al centro della propria opera – in quelli a firma maschile affiora piuttosto l’esigenza di raccontare i mali della società saudita contemporanea, come l’ipocrisia, la corruzione, l’indifferenza verso gli ultimi, vizi nascosti spesso sotto un fitto velo di perbenismo.

Sulla contrapposizione tra un passato felice e libero e un presente doloroso, che ricalca l’antitesi deserto-città, ma anche sul tema del razzismo e dell’emarginazione sociale, è incentrato il romanzo Le trappole del profumo di Yousef Al-Mohaimeed (Aisara, 2011, trad. M. Ruocco). L’opera riporta il lettore negli spazi sconfinati del deserto, tra le dune attraversate dalle carovane. La vicenda del romanzo ruota intorno a tre personaggi maschili: il beduino Turàd, l’ex schiavo Tawfiq e l’orfano Nasir. Un elemento accomuna i tre protagonisti, quello della menomazione, dal forte significato simbolico. Nelle strade caotiche della città araba contemporanea, una “Riyad addormentata come una grassa donna anziana”, un inferno senza fascino né profumi, si intrecciano le storie dei tre uomini, accomunati dalla mutilazione e dalla sofferenza. Immagini della vita in città si alternano ai ricordi del deserto e della foresta, luoghi lontanissimi non solo nello spazio, ma ancor di più nelle atmosfere. In un mondo spietato, i tre reietti, sfigurati nel corpo e nell’anima, realizzano il senso del proprio destino nell’amicizia, nel legame fraterno, nella condivisione del peso dell’esistenza. 

Sui temi della corruzione e della sopraffazione dei potenti sui deboli è imperniato il romanzo Le scintille dell’inferno di Abdo Khal (Atmosphere Libri, 2016, trad. F. Pistono). La vicenda, ambientata in una società in profondo mutamento, si colloca a Gedda, una città che vanta antichissime tradizioni di ospitalità nei confronti delle migliaia di pellegrini che vi giungono ogni anno per compiere il pellegrinaggio a La Mecca. Ma la ricchezza proveniente dal petrolio ha trasformato il volto della città, così come ha sconvolto le abitudini e i costumi degli abitanti del misero quartiere da cui provengono i tre protagonisti: il narratore Ṭareq e i suoi amici Osama e Issa, tre giovani sbandati che vivono di espedienti. Quando, negli anni Settanta, di fronte al loro vecchio e degradato quartiere sorge un magnifico palazzo, luogo mitico in cui si concentrano denaro e potere, proprietà di un misterioso Padrone, tanto ricco e influente quanto malvagio, gli abitanti cominciano a capire, dopo lo sbalordimento iniziale, che quello splendido castello si nutre della distruzione del loro antico stile di vita. I destini intrecciati dei tre protagonisti lungo tre decenni costituiscono la trama del romanzo, che svela, attraverso salti temporali, ricordi e sogni, tanto la vita quotidiana dei tre amici nel vecchio quartiere prima, all’interno del palazzo poi, quanto i segreti della città. 

Punto di forza del romanzo è lo spazio dedicato alla descrizione delle disparità presenti all’interno della società saudita, che si evidenziano nelle differenze tra i diversi spazi della città, in particolare tra il quartiere povero, denominato Inferno, e quello ricco, noto come Paradiso. I poveri, esclusi dai circuiti di redistribuzione e di accesso alla ricchezza, vivono nella precarietà, nella miseria e nella disperazione. I giovani, specialmente, si vedono privati del futuro, derubati degli antichi mestieri dei padri, esclusi dalla nuova ondata di benessere. L’unica via di uscita è quella di procurarsi i favori di un potente, rinunciando per sempre all’onestà e alla dignità. Ma anche questa soluzione si rivela illusoria, risolvendosi in una forma di alienazione ben peggiore della povertà. Si tratta dunque di un romanzo dolorosamente satirico, che descrive l’impatto seduttivo del potere e della ricchezza sull’animo umano, ma anche sull’ambiente.

*traduttrice ed esperta di letteratura araba

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