Le polemiche che hanno anticipato la visita del presidente cinese Xi Jinping in Italia, per siglare il memorandum di intesa sulla Nuova via della Seta, ovvero il più grande progetto di investimento infrastrutturale internazionale della storia hanno montato un uragano diplomatico, che, per quanto strumentale, ci fornisce l’occasione di parlare di futuro delle relazioni commerciali e di porsi, per la prima volta dopo anni di arrendevole politica estera, in una posizione di vantaggio rispetto ai nostri alleati europei e americani.

Il progetto della Belt and road, infatti, coinvolge 68 nazioni e prevede finanziamenti (quasi un trilione di dollari) che potrebbero superare di 12 volte quelli del celebre Piano Marshall attraverso investimenti infrastrutturali in strade e porti per costruire nuove vie commerciali terrestri e marittime. L’Italia e il suo governo, fermo restando alcuni principi come il controllo sul nostro sistema economico, se vuole ottenere benefici tangibili per il proprio export, deve assolutamente partecipare a questa iniziativa e attirare investimenti che ricadranno positivamente sull’occupazione.

Secondo le intenzioni del governo, il Memorandum pone le basi per permettere alle nostre imprese di esportare in Cina, visto che le merci cinesi arrivano da noi già da anni. Il potenziamento delle vie di comunicazione e scambio, è una enorme opportunità per le nostre medie e piccole imprese con prodotti all’avanguardia, ma che non esportano verso la Cina. Con questa iniziativa avranno maggiori possibilità di vendere le proprie merci a centinaia di milioni di cinesi e ad altrettanti cittadini di altri paesi asiatici, che adorano il made in Italy. Quando sono stato in Cina e ho visitato Chongqing da dove partono i container carichi di merci verso l’Europa, ho chiesto in quale percentuale ritornassero con prodotti europei e italiani in particolare. La risposta è stata molto emblematica, il funzionario cinese mi ha risposto che spesso tornano vuoti; il nostro obiettivo nei prossimi anni è riempirli made in Italy

Il memorandum non è un impegno in termini di geopolitica, a meno che non si voglia lasciare intendere che il commercio tra Stati sia di per sé un elemento di natura politica. La Cina è un Paese che sta crescendo in maniera esponenziale, a Chongqing, ma anche a Pechino, si edificano infrastrutture come se si stesse costruendo con i Lego. Dopo la rivoluzione culturale l’obiettivo sembra essere solo uno: aumentare il Pil. Nonostante gli enormi problemi del Paese, attualmente la Cina è il motore economico del mondo, e l’Italia se vuole migliorare la propria economia, deve avere una posizione privilegiata per attrarre investimenti e aumentare il proprio export.

Quindi attiriamo investimenti come sempre, solo che questa volta siamo arrivati primi, rispetto a Germania e Francia nella firma dell’intesa anche se questi due Paesi hanno relazioni commerciali più intense con Pechino. Gli scenari però potrebbero cambiare nel prossimo futuro, con l’Italia che diventerà terminale europeo e mediterraneo della via della Seta. Ad aumentare l’importanza del progetto c’è anche la trattativa sul porto di Palermo in cui i cinesi vogliono investire circa 5 miliardi di euro, rendendo la Sicilia centrale nell’architettura della Belt and Road Initiative anche per gli scambi con i paesi mediterranei e la visita di Xi Jinping a Palermo ne testimonia l’importanza.

Per queste ragioni le critiche che sono arrivate da più parti appaiono tendenziose e strumentali. Basti ricordare che al progetto hanno aderito alleati storici degli Usa come Israele e la Giordania, che la Germania ha messo a disposizione un intero nodo ferroviario per la Bri

La Nuova via della Seta, e in generale i rapporti economici con la Cina, sono per l’Italia molto importanti anche dal punto di vista geopolitico. Il nostro obiettivo deve essere il multilateralismo e il rafforzamento dell’Europa intesa come Comunità. La politica da attuare non deve essere assolutamente quella di vendere asset e aziende strategiche come hanno fatto i governi Renzi prima e Gentiloni poi. Le nostre aziende, le infrastrutture e i porti devono restare sotto il controllo italiano, evitando la deriva greca dove il Pireo è ora cinese, ma questo attiene alla capacità del governo di tutelare gli interessi nazionali. La strada da percorrere consiste nell’intraprendere relazioni commerciali convenienti, proprio come quelle stipulate da Luigi Di Maio a Shanghai.

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