Secondo gli investigatori c’era una “gestione non bellicosa tra mafia e ‘ndrangheta”, quest’ultima storicamente ben radicata a Torino, mentre la prima gestirebbe alcuni esercizi commerciali tra la zona sud della provincia e il Cuneese. Un patto di non aggressione che riguardava il traffico di droga e le estorsioni. È emerso nel corso dell’indagine “Carminius”, condotta dal Gico della Guardia di finanza e dai carabinieri del Ros, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia del capoluogo piemontese. Quattordici uomini sono finiti in carcere all’alba di questa mattina. Undici di loro sono accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso e sono considerati legati alla cosca Bonavota di Sant’Onofrio (Vibo Valentia) insediati nella zona di Carmagnola e di Moncalieri. A guidarli c’erano tre presunti boss, Salvatore Arone, Francesco Arone e Antonino Defina. Oltre a loro, poi, c’erano anche dei concorrenti esterni: un imprenditore di nome Francesco Mandaradoni e il titolare di due concessionari d’automobili, Francesco Pugliese, che da vittima si è trasformato in complice.

Proprio partendo da alcuni accertamenti sugli attentati ai danni di due concessionarie di Carmagnola è cominciata l’inchiesta che, però, ha subito uno stop quando un gip del Tribunale di Torino ha negato l’autorizzazione a intercettare alcuni dei protagonisti di quelle vicende. L’indagine si è allora spostata sull’analisi dei movimenti di denaro e ha fatto emergere un quadro di infiltrazioni nelle attività economiche, soprattutto quelle edilizie e immobiliari, col controllo dei cantieri, le intestazioni fittizie e il recupero di crediti, ma non solo. In totale sono stati sequestrati immobili, società, conti e cassette di sicurezza per circa 45 milioni di euro. Uno dei rami più importanti era la gestione delle videoslot e delle videolottery nei bar.

Proprio per difendere questo settore sarebbero stati commessi alcuni attentati incendiari contro due assessori del Comune di Carmagnola, episodi su cui si sta ancora indagando per individuare le responsabilità specifiche. Nell’agosto 2016 e poi altre due volte sono andate a fuoco delle auto. La prima è quella del vicesindaco Vincenzo Inglese: “Era appena cominciata la fiera del peperone – ricorda -. La notte tra il primo sabato e la domenica ha preso fuoco la mia auto parcheggiata sotto casa. Non ho voluto enfatizzare la cosa sia per la tranquillità della mia famiglia, sia perché non avevo indizi. Secondo i vigili del fuoco si era trattato di un’autocombustione”. Inglese ricorda di non aver ricevuto messaggi o minacce. L’episodio, però viene ridimensionato nei mesi successivi: “Un anno dopo c’è stato il primo rogo all’auto dell’assessore Alessandro Cammarata”. E lo scorso giugno un’altra auto di quest’ultimo è andata a fuoco. Secondo gli investigatori, quelli sarebbero stati dei segnali lanciati da chi si opponeva alle decisioni dell’amministrazione guidata dalla sindaca Ivana Gaveglio (eletta con una lista civica vicino alla Lega). Secondo il comandante provinciale della Guardia di finanza, il generale Guido Maria Geremia, a Carmagnola “stavano anticipando l’introduzione della legge regionale sui limiti all’installazione e al posizionamento delle slot machine”, quella che impone lo spegnimento delle macchinette vicine a scuole, ospedali e centri per anziani.

Il procuratore vicario di Torino, Paolo Borgna, esprime “soddisfazione per la collaborazione dell’amministrazione comunale di Carmagnola”, ma si augura un maggiore aiuto “da parte degli operatori economici della zona”. Secondo Borgna l’infiltrazione mafiosa in quella zona non è ancora una metastasi, ma “una febbricola permanente che si è insinuata nel tessuto della società civile”. “Questa nostra azione – dichiara il generale di brigata Alessandro Barbera, comandante del Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata (Scico) della Guardia di finanza – è una dose massiccia di aspirina per abbassare la temperatura, ma non dobbiamo abbassare la guardia”.