La pazienza è finita, “gli appelli non sono più sufficienti”. L’ultimo scontro tra Fidesz e il Partito Popolare Europeo (Ppe), causato dall’attacco diretto di Budapest al presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, potrebbe aver creato una crisi insanabile che porterà all’espulsione dal più grande partito europeo della formazione guidata dal primo ministro Viktor Orbán. Dopo gli olandesi del Cda, gli svedesi del Partito Moderato e i finlandesi di Kokoomus, anche i belgi CristianoDemocratici Fiamminghi (Cdv) e Centro Democratico Umanista (Cdh), il Partito Popolare Cristiano Sociale lussemburghese (Csv) e il Cds-Partito Popolare del Portogallo hanno chiesto alla presidenza del partito di sospendere Fidesz e discuterne l’espulsione in occasione della prossima assemblea politica, il 20-21 marzo.

Una scelta che evidenzia anche una divisione all’interno del gruppo, con i cosiddetti membri del nord, più legati ai principi liberali, che da tempo hanno manifestato il proprio scontento per le politiche e le dichiarazioni di Orbán, mentre l’ala più conservatrice ha sempre cercato di mantenere un legame saldo con Budapest. Oggi, però, anche lo Spitzenkandidat, Manfred Weber, membro dell’ala conservatrice e da sempre sostenitore di una maggiore apertura a destra, ha chiarito che Orbán ha oltrepassato il limite: “Prenderemo presto misure concrete”.

I primi a chiedere l’espulsione della formazione guidata dal premier ungherese erano stati quelli del Partito Moderato svedese che già il 22 febbraio, poche ore dopo il lancio della campagna contro George Soros e Juncker, avevano annunciato attraverso il proprio leader, Ulf Kristersson, che “il nostro obiettivo è, in conformità con le regole del Ppe, individuare sette membri provenienti da cinque diversi paesi per escludere Fidesz”. E quei sette membri Popolari provenienti da almeno cinque Paesi europei, il numero minimo per discutere una mozione di sfiducia, li hanno trovati, dopo che anche Cdv, Cdh e Csv, a cui si è aggiunto in maniera indipendente il Cds portoghese, hanno scritto una lettera al presidente del Ppe, Joseph Daul, chiedendo l’espulsione di Fidesz: “Questa evoluzione (di Fidesz, ndr) non può più essere tollerata e deve essere fermata – si legge in un passaggio della lettera – Inoltre, siamo convinti che il Ppe, in vista delle elezioni europee del maggio 2019, debba investire sull’unità e il rispetto invece che sulla divisione e la paralisi. Ciò che il nostro partito può offrire in termini di valori e ambizioni è troppo prezioso e importante per il futuro dell’Unione e dei suoi cittadini per essere minato tra le nostre fila da ciò che siamo così decisi a combattere: il populismo nazionalista e l’aperta ostilità contro l’integrazione europea. Per molto tempo abbiamo pensato e sperato che il comportamento del primo ministro Orbán potesse essere cambiato con il dialogo e gli avvertimenti. Come sapete meglio di chiunque altro, sono stati fatti diversi tentativi e sforzi per raggiungere questo fine. Gli incidenti più recenti rendono chiaro che il percorso del dialogo e degli avvertimenti non ci porta da nessuna parte”.

La richiesta dei sette partiti, che verrà discussa durante l’assemblea del 20 e 21 marzo, sembrava segnare una divisione tra i partiti dei Paesi del nord Europa, tendenzialmente più legati ai principi liberali, e quelli di stampo più conservatore. Ma a complicare la futura permanenza di Fidesz nel Ppe arrivano le parole di Manfred Weber, esponente dell’ala conservatrice e candidato a prendere il posto di Juncker alla guida della Commissione: “Victor Orbán va nella direzione sbagliata – ha dichiarato – Quando si tratta di questioni di stile o di ordine democratico, ci sono delle intersezioni con il leader della Lega Salvini e con il leader del Pis Kaczyński. Non è la mia strada né quella del Ppe”. Poi, parlando a Der Spiegel, ha concluso: “Tutte le opzioni sono sul tavolo. Orbán ha danneggiato il Ppe con le sue dichiarazioni e i suoi manifesti. Gli appelli non sono più sufficienti, prenderemo presto misure concrete”.

Proprio il fronte sovranista guidato da Matteo Salvini e di cui fanno parte, tra gli altri, anche il partito del polacco Jarosław Kaczyński e il Front National di Marine Le Pen, sarebbe pronto ad accogliere a braccia aperte il leader ungherese. Questo cambio di casacca non sarebbe però indolore per il Ppe e tutto il fronte europeista che, in vista delle Europee, dovrà cercare di frenare l’avanzata dei nazional-populismi costantemente in crescita nei sondaggi. Secondo gli ultimi rilevamenti, non solo Fidesz porterebbe fuori dal Ppe 13 seggi, con i Popolari che rimarrebbero comunque la formazione più importante al Parlamento europeo, ma li cederebbe al fronte sovranista, esponendo il blocco europeista al rischio di alleanze troppo larghe all’interno della plenaria.

Non solo il partito europeo di appartenenza, ma anche la Commissione ha deciso di rispondere alla campagna lanciata dal governo di Budapest e lo ha fatto con un documento in cui le istituzioni analizzano, una per una, sette affermazioni dell’esecutivo magiaro riguardanti l’Unione europea e le smentiscono con il supporto di dati. Un fact-checking della campagna “Anche tu hai il diritto di sapere cosa sta progettando Bruxelles!” lanciata da Budapest: “La Commissione europea è d’accordo – si legge nell’introduzione -, i cittadini meritano di sapere la verità su ciò che l’Ue sta facendo. Ma crediamo che meritino la realtà, non la finzione. La campagna del governo ungherese distorce la verità e cerca di dipingere un’immagine oscura, (riferendosi a) un complotto segreto per guidare l’immigrazione verso l’Europa. La verità è che non esiste una cospirazione. La Commissione ha deciso di spiegarlo punto per punto”.

Twitter: @GianniRosini