La permanenza del partito del premier ungherese Viktor Orbán nel gruppo dei Popolari europei è oggi più a rischio che mai. Specie dopo l’ultima trovata del governo di Budapest: un post su Facebook dal profilo dell’esecutivo per lanciare una campagna mediatica contro George Soros e il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, anche lui membro del Ppe, accusati di favorire l’immigrazione clandestina. Ma non si tratta di un problema esclusivo che si gioca solo all’interno dei Popolari: una situazione simile alla tensione con Fidesz la stanno affrontando anche altre due grandi famiglie politiche europee, Socialisti e Liberali, con i partiti ribelli rumeni del Psd e dell’Alde. Ma con gli ultimi sondaggi che danno le formazioni sovraniste ancora in crescita perdere tutti questi seggi, 33 secondo le ultime rilevazioni dell’Eurocamera, potrebbe costringere le fazioni europeiste ad alleanze molto larghe alle prossime elezioni di maggio.

Il caso dell’Ungheria di Orbán – Dopo mesi di botta e risposta, attacchi e pacificazioni, a creare nuovamente tensione tra Budapest e Bruxelles è stato il fotomontaggio Soros-Juncker pubblicato sui social e accompagnato dalla scritta: “Ognuno ha il diritto di conoscere le attuali proposte che stanno minacciando la sicurezza dell’Ungheria”. Un post che ha provocato la dura reazione del presidente della Commissione e di altri alti membri Popolari: “Penso che non ci sia più posto per lui nel Ppe”, ha commentato Juncker. Dopo il lancio della campagna dell’esecutivo ungherese che ha sancito l’inizio di questo ultimo scontro, sono state numerose le reazioni all’interno del gruppo dei Popolari. Primo fra tutti è intervenuto, da una conferenza a Stoccarda, proprio Juncker, dicendo che “non c’è molto da fare contro le menzogne” e che il candidato Ppe per la corsa alla Commissione, Manfred Weber, dovrebbe domandarsi se ci sia davvero bisogno di una voce come quella del premier ungherese all’interno del gruppo. Poi ha concluso: “I conservatori in Ungheria non rappresentano in alcun modo i valori democratici cristiani. Sono dell’opinione che non ci sia posto per loro nel Partito Popolare Europeo”.

Alle parole di Juncker sono seguite quelle di altri esponenti del principale partito politico europeo, una su tutte quella del suo presidente, Joseph Daul, che con una serie di tweet ha condannato la campagna voluta dal primo ministro di Budapest, schierandosi dalla parte del politico lussemburghese: “Vorrei ricordare al signor Orbán – ha concluso – che le decisioni a Bruxelles, anche quelle sull’immigrazione, vengono prese collettivamente dai governi europei e dal Parlamento e che entrambi includono rappresentanti ungheresi. Invece di additare Bruxelles come un nemico fantasma, l’Ungheria dovrebbe rendersi conto che ne fa parte”. Parole che hanno trovato anche il sostegno di Weber, in passato tra i più aperti al dialogo con l’ala conservatrice ed estremista del gruppo, che ha ritwittato Daul.

Non è la prima volta che si arriva allo scontro tra il governo di Budapest e il gruppo di riferimento nel Parlamento europeo. A settembre, la stragrande maggioranza dei Popolari aveva votato a favore dell’attivazione dell’articolo 7 dei Trattati nei confronti dell’Ungheria per gravi minacce allo stato di diritto e, appena un mese dopo, sempre Juncker in un’intervista a Le Monde aveva detto: “A meno che (Fidesz, ndr) non garantisca il rispetto dei valori fondamentali e il programma elettorale del Ppe, la sua presenza nel partito non ha più senso”.

Fino a oggi, gli alti membri Popolari si erano limitati a richiamare all’ordine il premier ungherese ogni volta che con le sue decisioni o le sue dichiarazioni violava visibilmente i principi del partito. In quest’ultimo caso, invece, da Budapest è partito un attacco diretto al più importante esponente del Ppe all’interno delle istituzioni europee e la reazione del gruppo è stata più dura del solito. Un atteggiamento, quello di Orbán, che potrebbe essere cambiato proprio in virtù degli ultimi sondaggi che danno il blocco sovranista ancora in crescita, sempre più vicino a insidiare la leadership dei partiti europeisti. Matteo Salvini non ha mai nascosto la speranza di accogliere il leader di Fidesz in un’eventuale coalizione sovranista, ma, nonostante abbia sempre manifestato la sua ammirazione per il leader del Carroccio, il premier magiaro non se l’è mai sentita di staccarsi dalla più grande famiglia politica europea. Oggi, però, le cose sembrano essere cambiate, anche se fonti interne al Ppe dicono a Ilfattoquotidiano.it di non credere alla possibilità di un’uscita di Fidesz e dei suoi 13 rappresentanti dal gruppo.

Gli altri ribelli tra le formazioni europeiste
Gli scontri e il rischio di rottura dei rapporti tra i gruppi tradizionalmente europeisti e alcuni partiti che ne fanno parte non finiscono qui. Problema simile, anche se ancora non si è arrivati a uno scontro così duro, si vive anche in casa di Liberali e Socialisti. Il portavoce di Alde, Guy Verhofstadt, ha già lanciato più volte il proprio avvertimento all’omonimo partito rumeno che fa parte del gruppo europeo e junior partner del governo socialista di Bucarest. La prima volta a inizio anno, proprio quando in Europa si era appena finito di discutere se fosse giusto o meno garantire la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea alla Romania, colpevole di non garantire l’indipendenza della magistratura e non svolgere una convinta lotta alla corruzione. In quell’occasione, Verhofstadt aveva pubblicato un post sul suo profilo Facebook augurando buona fortuna alla Romania per la presidenza del semestre europeo, aggiungendo però che “il governo deve rispettare i propri impegni in materia di stato di diritto: le riforme del sistema giudiziario, del codice penale e anche la legge sulle Ong devono riflettere pienamente le raccomandazioni della Commissione di Venezia. I Liberali rumeni hanno promesso di intraprendere questa strada, ci aspettiamo che lo facciano senza indugio. Se lo fanno, hanno il loro posto all’interno della famiglia Alde. Se non lo fanno, allora no”.

A nemmeno due mesi di distanza, però, secondo quanto riportato da Politico che dice di aver visionato uno scambio di mail tra i membri europei di Alde, Guy Verhofstadt e Sophie in ‘t Veld, e il presidente del partito rumeno, Călin Popescu-Tăriceanu, le crepe sono ancora ben visibili. Nella mail inviata da Bruxelles, i leader si rammaricano per il mancato rispetto degli accordi tra gruppo parlamentare e partito in materia di corruzione e indipendenza della magistratura: “Comprendiamo le difficoltà – si leggerebbe nella mail –. Ma qualsiasi tentativo di combattere la corruzione può essere credibile solo se i funzionari governativi smetteranno di cercare di depenalizzare la corruzione e se verranno ripristinate l’indipendenza e l’imparzialità della magistratura rumena”. Alla fine della mail, poi, il nuovo avvertimento: “Come sapete, Alde sta discutendo intensamente le prospettive per la continuazione dei rapporti con il vostro partito. Perseguire ancora il percorso attuale (del partito rumeno, ndr) e continuare a ignorare gli accordi presi non può essere a nostro avviso la base per un’ulteriore cooperazione”.

Un cugino ribelle lo si trova anche nella famiglia dei Socialisti e Democratici guidati da Udo Bullmann e si tratta sempre di un partito rumeno, quello dei Socialdemocratici che guidano il governo con la premier Viorica Dăncilă. Anche in questo caso, le accuse sono le stesse rivolte ai compagni di esecutivo di Alde e a manifestare disappunto è il vicepresidente della Commissione europea e Spitzenkandidat per il gruppo socialista europeo, Frans Timmermans, che proprio dopo la bocciatura di Bruxelles della riforma della giustizia promossa da Bucarest si disse “rammaricato che la Romania non solo abbia subito una battuta d’arresto nel suo processo di riforma, ma abbia anche riaperto e fatto marcia indietro su questioni in cui erano stati conseguiti progressi negli ultimi dieci anni”. Parole meno dure rispetto a quelle dei colleghi Liberali e Popolari, dovute forse al fatto che i Socialisti sono la famiglia politica che più di tutte subirà un crollo dei consensi alle prossime elezioni. Un timore, però, diffuso in tutti i gruppi politici europeisti: se questi tre partiti ribelli dovessero staccarsi dalle rispettive famiglie, il fronte pro-Europa perderebbe 33 seggi.

Twitter: @GianniRosini