Mirai di Mamoru Hosoda (in Italia distribuito da Nexo Digital) è uno di quei film d’animazione giapponesi che possiede la magica e misurata imprevedibilità dei migliori anime, come del resto la grazia di uno sguardo sognante negli scenari del fantastico. Kun è un bimbo che reclama l’attenzione dei suoi genitori proprio nel momento in cui a casa arriva la neonata sorellina. Così il piccolo protagonista, complice quell’albero che svetta nel cortile interno all’abitazione, simbolo di una centralità perduta, si ritrova catapultato in un giardino magico e incantato dove gli apparirà la sorellina in veste di adolescente.

Un passato alla Toei animation, in conflitto con i piani alti dello studio Ghibli (doveva girare Il castello errante di Howl), infine autonomo produttore di Mirai con Studio Chizu, Hosoda è regista anche del mirabile Wolf Children. È la sesta nomination per un film d’animazione giapponese, con le prime cinque tutte targate Studio Ghibli, tra cui l’Oscar per Spirited Away di Hayao Miyazaki nel 2002 quando la categoria del Miglior Film d’animazione aveva appena compiuto un anno. Altro (nostro) serio e meritato pretendente per l’Oscar 2019 è, infine, Isle of dogs di Wes Anderson.

Non è la prima volta che un’animazione in stop motion arriva in cinquina, anzi nel 2005 l’inglese Aardman studios, tutto rigorosamente passo uno in plastilina, aveva pure vinto con Wallace&Gromit – la maledizione del coniglio mannaro. Semmai la sorpresa della nomination deriva dall’atipicità, dalla mancanza di luoghi comuni e stereotipi rispetto ai classici del settore più decifrabili e commerciali che questa animazione prodotta in casa da Anderson (l’American Empirical Pictures è sua, e produsse anche Fantastic Mr. Fox, sempre in nomination nel 2009) propone.

L’ipnotica, bizzarra, e apparentemente seriosa epopea del dodicenne Atari, determinato a ritrovare il suo cane Spots sull’isola in cui i quadrupedi di un Giappone distopico datato 2037 sono stati cacciati per un’epidemia canina, possiede un tale rigore formale singolare che meriterebbe un premio solo per la lunga e articolata realizzazione. Il film di Anderson sconta però una polemicuccia che in epoca di un’Academy attenta ad ogni stormir di foglia politically correct potrebbe farlo allontanare ulteriormente da un Oscar comunque non facile da ottenere. Isle of dogs ha ricevuto accuse di rappresentazione di “stereotipi razziali” e di “appropriazione di cultura giapponese” che non sono passate via lisce. Dalla sua un cast di doppiatori all star, tra gli altri: Bill Murray, Edward Norton, Greta Gerwig, Francis McDormand. 

INDIETRO

Oscar 2019, miglior film d’animazione: Disney e Pixar imbattibili ma noi tifiamo per il giapponese Mirai e per Isle of dogs di Wes Anderson

Sostieni ilfattoquotidiano.it: il tuo contributo è fondamentale

Il tuo sostegno ci aiuta a garantire la nostra indipendenza e ci permette di continuare a produrre un giornalismo online di qualità e aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per il nostro futuro.
Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

David di Donatello 2019, le nomination. Per la prima volta due donne candidate alla miglior regia. Dogman fa incetta di candidature

next
Articolo Successivo

Oscar 2019, miglior fotografia: vincerà il bianco&nero? Alfonso Cuaron in pole position con Roma

next