Nell’anno (cinese) del Cane il Festival di Berlino azzecca il film d’apertura con un’apologia cinofila dalla prestigiosa e affezionata firma di Wes Anderson. Isle of Dogs, questo è il titolo dell’operain concorso del talentuoso cineasta texano, è il suo secondo film d’animazione dopo Fantastic Mr Fox ed è un’arguta metafora sociale e politica che sa divertire e intenerire nell’inconfondibile “stile Wes Anderson”. corale come da sua tradizione, accorpa forse il maggior numero possibile di star hollywoodiane e giapponesi per dar voce ai simpatici cani protagonisti, quasi un trasloco dello star-system dentro all’immaginifica fiaba di un regista-amico-di tutti: Brian Cranston (il protagonista assoluto), Edward Norton, Bob Balaban, Bill Murray, Jeff Goldblum, Greta Gerwig, Frances McDormand, Scarlett Johansson, Harvey Keitel, F. Murray Abraham, Yoko Ono, Tilda Swinton, Ken Watanabe, Liev Schreiber. Per averli tutti Anderson li ha raggiunti ciascuna e ciascuno nelle proprie residenze o dove stavano lavorando “così non avevano scuse per rifiutarsi” scherza il regista nato a Houston 48 anni fa. Sceneggiato e girato da Anderson su una storia originale creata da lui stesso con Roman Coppola e Jason Schwartzman, Isle of Dogs si avvale del contributo importante dell’attore giapponese Kunichi Nomura, già presente in The Grand Budapest Hotel ma soprattutto “consulente” della ben nota sorella di Roman Coppola (Sofia…) per il suo magnifico Lost in Translation. E di “processi traduttivi”, in effetti, esonda anche questo lavoro, per volere del regista parlato in giapponese da parte degli umani e in inglese da parte dei cani.

“Anche nei paesi dove sarà doppiato voglio che il doppiaggio coinvolga solo i cani” sentenzia Wes, che a Berlino è un artista amatissimo avendo già aperto la kermesse con The Grand Budapest Hotel nel 2014 e participato con altri suoi lavori precedenti. Film politico, sociale e “fortemente giapponese” giacché molta dell’ispirazione arriva dall’ammirazione provata per il cinema di Kurosawa (l’esercito dei cani oraggiosi e resistenti come dei samurai, il senso epico del testo…) e di Miyazaki (il ritmo cadenzato dalla bella colonna sonora di un Alexandre Desplat assolutamente anti melodico..), Isle of Dogs racconta del riscatto della propria dignità ad esistere degli emarginati e dei “diversi”, chiaramente qui sotto forma canina.

Deportati per ordine del perfido sindaco Kobayashi sull’isola della spazzatura (Trash Island) tutti i cani presenti nella fantasmagorica città di Megasaki City sono ridotti all’estinzione finché Atari, un 12enne orfano e reduce da un coma, si catapulta sulle balle d’immondizia che invadono l’isola e induce i cani presenti ad aiutarlo a cercare il proprio fido Spots, il cane che gli faceva da guardia del corpo. A Megasaki City nel frattempo, il dittatore malvagio Kobayashi annienta il “partito scientifico” guidato da un saggio scienziato che aveva messo a punto un antidoto al virus di cui i cani erano affetti, motivo del loro esilio sull’isola. Tematizzando la “contaminazione” con chi arriva da lontano, dalla “sporcizia” di luoghi asettici come gli Stati Uniti e il Giappone appunto, Anderson sfida la politica sociale autoreferita ed egocentrata di Trump (ma non solo…) fatta di “bans”, veti, allontanamenti e reclusioni, e continua come negli altri suoi film a proclamare una giustizia che parte dal basso, dagli umili socialmente reietti o per lo meno “insignificanti” ai riflettori. Il film, che in Italia il film uscirà in maggio col titolo de L’isola dei Cani, si presenta dunque come ottima apertura sia per la qualità intrinseca che per il valore tematico per a un festival che notoriamente consegna al messaggio politico un senso importante della propria identità.

Con un tradizionale cartellone ricchissimo (quasi 500 i titoli in programma da oggi al 24 febbraio, di cui 19 in concorso) la 68ma Berlinale è la penultima edizione diretta da Dieter Kosslick e offre  quest’anno diverse “punte di diamante” di interesse trasversale tra pubblico e cinefilia pura: da Steven Soderbergh a Gus Van Sant, da Lav Diaz a Benoit Jacquot, da Alexej German Jr a Christian Petzold ma anche star come Joaquim Phoenix, Robert Pattinson, Isabelle Huppert, Mia Wasikowska, Rosamunk Pike, Rupert Everett. Per non parlare dell’Orso d’oro alla carriera che quest’anno celebrerà Willem Dafoe. Ultimo ma non trascurabile, l’Italia c’é. A concorre per l’Orso d’oro torna Laura Bispuri (dopo Vergine giurata di due anni fa) con un’opera tutta al femminile dal titolo Figlia mia che porterà sul Red carpet le nostre dive Valeria Golino e Alba Rohrwacher nella giornata di domenica. Tricolore è anche un titolo di Panorama, La terra dell’abbastanza, esordio alla regia dei fratelli gemelli D’Innocenzo. 

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