Vincerà il bianco&nero, e vincerà Alfonso Cuarón per il suo Roma. Lo dicono le previsioni (specie quelle dell’informatissimo IndieWire) ma soprattutto i manuali di fotografia: quella messa a fuoco della Arri Alexa in 65mm adottata dal grande cineasta messicano (che nasce proprio dalla fotografia per poi passare alla regia) è di un’eccellenza visiva e visionaria stupefacente.

Candidato per la prima volta all’Oscar come Cinematographer (la nozione tecnica inglese per definire chi realizza la fotografia nel cinema) Cuarón ha preso in mano le redini, o meglio gli obiettivi, lasciati sul set per “sopraggiunti impegni” dal sodale e connazionale Emmanuel “Chivo” Lubezki, il genio dei DoP (director of photography) già tre volte premio Oscar (di cui una proprio per Cuarón con Gravity) e ha continuato a impostare luci, ombre, composizioni, esposizioni, messe a fuoco… con risultati che offrono una profondità di campo e un’estensione di nitidezza (specie durante i piani sequenza) veramente straordinarie. Difficile che i suoi pur accreditati contenders possano sottrargli la Statuetta la notte del 24 febbraio, una delle numerose che sono attese per la sua Roma, opera famigliare ed epica insieme.

Purtroppo per lui, infatti, neppure il talento acrobatico dell’irlandese Robbie Ryan (sodale dei britannici Andrea Arnold e Ken Loach, solo per gli ultimi film) potrà vedere soddisfatti i vertiginosi grandangolari realizzati per The Favourite (La favorita) di Yorgos Lanthimos, l’opera che forse più delle altre meriterebbe il massimo premio alla cinematografia accanto a Roma. Fotografato con luci naturali con la benedizione del Kubrick di Barry Lyndon a nume tutelare, The Favourite è un audace e visionario godimento per lo sguardo ambientato alla corte britannica del primo 18° secolo con la regina Anna Stuart alle prese con due fameliche cortigiane.

Anche per Ryan si tratta della prima candidatura all’Oscar a differenza dell’habitué Caleb Deschanel, 74enne americano, chiamato a questo giro dal tedesco Florian Henckel von Donnersmarck a illuminare la saga storico/artistica del suo fluviale Werk ohne Autor (Opera senza autore): dopo 6 nomination sparse in carriera, il DoP già di Twin Peaks si trova nuovamente in cinquina per un lavoro meta-artistico, certamente interessante ma meno apprezzabile di quello compiuto in altre occasioni o da altri suoi competitors.

Come, ad esempio, quello realizzato dal giovane polacco Łukasz Żal, 37 anni e già una candidatura nel 2015 per Ida del connazionale Pawel Pawlikowski che lo riporta a Hollywood per il suo struggente Cold War. Girato in un bianco e nero (curioso che due su cinque film candidati per la fotografia siano in b/w) di implacabile perfezione, quella messa a punto da Zal è un’operazione di alternanza di luci/ombre orientata a farci sentire la freddezza della guerra che dà il titolo al film ma anche il calore della passione fra i due protagonisti. Benché anche per lui sarà difficile scavalcare Cuarón dal probabile podio, è matematico che questo “artista della luce” dalla Polonia (da dove è originario chiaramente anche Lubezki…) un giorno riceverà la sua Statuetta: fra i suoi recenti lavori esemplari sono anche le immagini del magnifico Dovlatov di Sergei German Jr e del pittorico Loving Vincent di Dorota Kobiela e Hugh Welchman.

Quasi impossibile, infine, sarà trasformare la nomination per l’americano Matthew Libatique, voluto per la sua “luminosa vivacità” (moltahandycam) da Bradley Cooper a riprendere la love story rock fra lui e Lady Gaga in A Star is Born. Già sodale di Darren Aronofsky per il quale ha ricevuto una candidatura nel 2011 per Cigno nero, il 51enne Libatique è ormai legatissimo anche a Spike Lee di cui ha curato la luce dal 2004 ai film più recenti ad esclusione solo di BlacKkKlansman.

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