“Ho provato a spacciare ma non è la cosa mia”. Così parlava il 16enne dal rione Traiano, un occhio sul mondo e l’altro sullo smartphone. Perché è vietato sbagliare una confessione così importante nella sua selfie-ripresa. A guidarlo, comunque, c’è lo sguardo attento di Agostino Ferrente che giammai ha deciso di delegare altrove la sua funzione di regista benché il suo nuovo film – Selfie – sia interamente girato via autoriprese dai suoi giovani e “non attori” protagonisti.

Il primo dei cinque titoli italiani alla 69ma Berlinale è proprio il suo, ieri sera applaudito nella sezione Panorama Dokumente: un film-documentario esemplare nella forma per esprimere un contenuto di cui ormai sembra(va) non esserci più nulla da dire dopo Gomorra e derivati. Per intenderci, Ferrente ha superato persino Steven Soderbergh che l’anno scorso aveva portato qui Berlino il suo Unsane girato con iPhone: lo sguardo del cineasta pugliese è andato oltre giacché i detentori del punto di vista diventano soggetti e oggetti contemporaneamente. La sfida corrisponde all’esigenza stessa di cui è composta la materia della storia: due amici 16enni – Alessandro e Pietro – che raccontano se stessi e la loro visione di mondo scaturita dall’unico che conoscono (il rione).

Il pre-testo è la recente uccisione da parte di un carabiniere del loro coetaneo Davide erroneamente scambiato per camorrista; il padre del ragazzo ha cercato Ferrente – che già conosceva il contesto dei quartieri partenopei dopo avervi girato Le cose belle – affinché dedicasse un documentario a questa vicenda. Ne è nato Selfie, realmente qualcosa di innovativo nel panorama della narrazione cinematografica perché – appunto – non risponde né alle regole del film partecipato (il regista raccoglie in montaggio materiali girati da altri) né a quelle strettamente autoriali (il regista sovrintende a tutto): ci troviamo in un territorio inesplorato quanto seducente, sfruttatore al meglio della più edonistica delle forme fotografiche, ormai pratica imprescindibile per gli adolescenti (e non solo…)

Il selfie permette ai ragazzi di prestare doppia attenzione, ovvero a loro stessi e al mondo circostante ma – precisa Ferrente – “rimane un mezzo e non un fine; ho cercato di istruirli solo sull’inquadratura perché per il resto il cellulare lo sanno usare meglio di me!”. Toccante “romanzo” d’amicizia, si tratta di un lavoro pluristratificato perché mescola e sintetizza una dimensione spazio-temporale senza trascurare la profondità nei contenuti che mette in scena: il malessere esistenziale ormai connaturato a chi nasce e cresce nei rioni “critici” del napoletano, la convivenza con un destino “prescritto” e la percezione valoriale che di se stessi i ragazzi hanno sviluppato in tale situazione ambientale.

Se il loro modus esprimendi fa sorridere, gli universi che raccontano sono chiaramente tutt’altro che rosei: una per tutte la scena delle due ragazze che “si sono immolate a compagni dal futuro in carcere”, spiega Ferrente. “Loro sanno perfettamente che da lì non si scappa e quando incontreranno un bravo ragazzo che voglia mantenerle con i figli che verranno, l’unico modo per farlo è dedicarsi al crimine che li condurrà inevitabilmente in galera: queste giovani donne aspetteranno i loro uomini per rispetto e gratitudine”. Locale quanto universale, Selfie si concentra sul quartiere Traiano ma mentre lo fa è consapevole che esso non differisca nei meccanismi funzionali “da mille banlieu francesi o altrettanti suburbs americane”, ma le storie di “questa Napoli” – aggiunge il regista – “devono continuare ad essere testimoniate perché per il Vomero e dintorni è sufficiente TripAdvisor”. Selfie è una coproduzione italo-francese e uscirà nelle sale prossimamente grazie a Istituto Luce Cinecittà.

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