Cinema e attualità legati da un lungo caso di giudiziario ancora aperto. Con l’atteso Grâce à Dieu di François Ozon in concorso oggi, la 69ma Berlinale entra nelle pieghe di una delle forme criminali più tragiche e delicate del nostro tempo (e non solo…), i preti pedofili e il comportamento omertoso tenuto dalle gerarchie ecclesiastiche nei loro confronti. La vicenda si lega ai fatti accaduti fra gli anni ’80 e ’90 da padre Bernard Preynat sui suoi giovanissimi parrocchiani di Lione, spesso boyscout invitati nelle tende durante le vacanze di gruppo. Il prete non ha mai negato la propria attrazione verso i ragazzi, definendola “malattia” e confessando di averne sempre parlato con i suoi superiori che – a quanto pare – l’hanno sempre coperto. A tal proposito, l’attualità stringente si lega proprio all’ambiguo cardinal Barbarin della diocesi lyonnaise che, processato solo un mese fa per aver taciuto i crimini di Preynat, attende la sentenza fissata il prossimo 7 marzo.

Terreno fragilissimo, dunque, per un film di finzione che necessariamente ha dovuto basare il proprio racconto su ferite non solo apertissime ma tuttora scomode e dolenti. Dopo aver scritto e girato emozionanti storie al femminile (8 donne e un mistero, Potiche, Giovane e bella…) , il regista parigino – alla sua quinta volta a Berlino – ha deciso di guardare altrove e quando si è imbattuto nel sito dell’associazione delle vittime di pedofilia di Preynat ha capito che quello sarebbe stato il suo prossimo film. E la cattolicissima Francia, che ben conosce l’intera vicenda di cui si è iniziato a sapere nel 2014 attraverso gli epistolari di Alexandre Guerìn, ha già iniziato a fare ostruzionismo all’imminente uscita in sala prevista per il 20 febbraio, poco prima della sentenza a Barbarin. La materia, si diceva, è bollente “ma non credo il film influirà sulle sorti del processo: spero piuttosto possa illuminare l’opinione pubblica su certi comportamenti – e i loro meccanismi perversi – di determinati ambienti, di cui la chiesa cattolica è soltanto uno”.

Il 18° film di Ozon è certamente il suo più rigoroso (“non poteva che essere così per rispetto alle vittime e alla verità che racconta”) ma anche tra i più solidi in termini di scrittura e direzione degli impeccabili attori (il trio Melvil Poupaud, Denis Ménochet e Swann Arlaudè da premio): costruito come una staffetta che parte dalla storia di Alexandre per poi concentrarsi su quella di François ed infine arrivare alla tormentata esistenza di Emmanuel, lavora sulla tensione insita alla Verità di cui riferisce, progredendo in avvicinamento emozionale ai personaggi, a quelle “zone grigie” che le molestie di decenni prima hanno riempito di sofferenze indelebili. Grâce à Dieu non poteva diventare un documentario, “anche se sono stato tentato” osserva il regista “ma ho voluto rispettare le confessioni delle vittime e dei loro parenti, che già tanto avevano parlato”. Il filtro della finzione e il suo ontologico potere d’immedesimazione col pubblico possono comunque servire la causa di giustizia rispetto a soprusi che non potranno mai essere risarciti.  Pur essendo solo all’inizio del festival è facile pensare che Grâce à Dieu verrà riconosciuto nel palmares del 16 febbraio: difficilmente la presidente di giuria (peraltro francesel..) Juliette Binoche vi rimarrà indifferente. Il film uscirà in autunno anche in Italia per Academy Two.