Pronto al dialogo con l’opposizione, sì alle elezioni ma solo parlamentari e alla mediazione di Paesi terzi. Il presidente venezuelano Nicolas Maduro si è detto pronto a sedere ad un tavolo negoziale con l’opposizione, come riferisce l’agenzia russa Ria Novosti: “Sono pronto a sedere ad un tavolo negoziale con l’opposizione in modo da poter parlare a beneficio del Venezuela, la pace e il suo futuro”. Donald Trump? “Ha detto al governo colombiano e alle mafie della oligarchia colombiana di uccidermi”, ha aggiunto a Sputnik, agenzia governativa russa.

Alla domanda sulla possibilità di una mediazione, Maduro ha risposto: “Ci sono diversi governi, organizzazioni a livello globale, che stanno dimostrando la loro sincera preoccupazione su ciò che sta accadendo in Venezuela, hanno fatto appelli a favore del dialogo”. Ma da parte sua non c’è alcuna intenzione di concedere nuove elezioni presidenziali: “Si sono tenute meno di un anno fa, dieci mesi fa”, ha detto nel corso dell’intervista con Ria Novosti. “Non accettiamo gli ultimatum di persone nel mondo, non accettiamo il ricatto. Le elezioni presidenziali in Venezuela ci sono state e se gli imperialisti vogliono nuove elezioni, che aspettino fino al 2025″, ha aggiunto l’erede politico di Hugo Chavez.

Secondo Maduro, “se un giorno mi dovesse succedere qualcosa, i responsabili sarebbero Donald Trump e il presidente della Colombia, Ivan Duque“.  Il presidente venezuelano ha aggiunto che “per fortuna abbiamo buoni sistemi di protezione, con ottimi consiglieri internazionali”, ma non ha voluto rispondere a una domanda sulla presenza di contractor russi nel suo personale di sicurezza, come segnalato da informazioni sui media: “Non posso dirlo”, ha risposto a una domanda su questa possibilità.

Negli scorsi giorni, stretto nella morsa di un pressing crescente da parte degli Stati Uniti, Maduro era passato all’attacco dell’oppositore Juan Guaidó, autoproclamatosi presidente la scorsa settimana. All’indomani delle sanzioni imposte dagli Usa sul petrolio di Caracas, la procura generale del Venezuela – reputata vicina a Maduro – ha chiesto di vietare a Guaidó di lasciare il Paese e di congelare i suoi conti correnti. Un’offensiva sulla quale dovrà pronunciarsi la Corte suprema, motivata con l’apertura di “un’indagine preliminare” su Guaidó, per cui le misure sarebbero una “precauzione”. E il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Bolton, è tornato a ribadire che ci saranno “conseguenze serie” se l’autoproclamato presidente dovesse essere colpito.

Contro le sanzioni degli Usa, Russia e Cina fanno quadrato intorno a Maduro. Il Cremlino ha bollato le misure definendole “illegali”: la Russia ha investito miliardi di dollari in idrocarburi e armi in Venezuela. E anche Pechino, principale creditore di Caracas, si è detta “contraria” a queste sanzioni, affermando che “porteranno a un peggioramento della vita della popolazione”. Una minaccia che non ha fatto arretrare gli Stati Uniti, che da subito hanno riconosciuto Guaidó presidente: il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, ha annunciato che Washington valuta addirittura sanzioni supplementari.

Nell’ambito delle mosse Usa, è giallo sull’ipotesi di un dispiegamento militare in Colombia. Tutto origina da un appunto cheBolton aveva in cima al suo taccuino durante una conferenza stampa tenuta lunedì, appunto che recitava “5mila soldati in Colombia”, Paese al confine con il Venezuela. Interrogato a più riprese su questa ipotesi, il capo ad interim del Pentagono Patrick Shanahan si è rifiutato di confermare: “Non farò alcun commento su questo”, ha detto, dicendo di non averne discusso con Bolton. Mentre l’Onu ha diffuso un nuovo bilancio, di oltre 40 morti e 850 arrestati in una settimana di proteste anti-Maduro, gli Usa hanno avvertito i cittadini statunitensi di evitare i viaggi in Venezuela per motivi di sicurezza, citando come motivazioni i rischi di crimini e arresti nonché la limitata capacità dell’ambasciata Usa di fornire assistenza in conseguenza del richiamo del personale diplomatico non essenziale.

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