Sono ancora diversi gli aspetti da chiarire sulle ore che hanno preceduto la morte di Giuseppe, il bambino di sei anni ucciso di botte da Tony Essobti Badre, il compagno della madre, nell’appartamento di via Marconi, nel centro storico di Cardito (Napoli), dove la coppia viveva con i tre figli che lei aveva avuto da un matrimonio poi finito. Il 24enne aveva già picchiato il piccolo e la sorella Noemi, 8 anni, sabato sera. Un pestaggio proseguito la domenica fino alla morte del bambino. L’uomo, accusato di omicidio volontario e tentato omicidio aggravati, è comparso davanti al gip del Tribunale di Napoli Nord per l’udienza di convalida del fermo dichiarando che la compagna ha cercato di fermarlo mentre picchiava il bambino. “Ho colpito i bambini con calci e pugni ed anche con il manico della scopa. Ho perso la testa, sono distrutto” ha detto. Nelle prossime ore l’autopsia sul corpo del bambino. L’esame potrebbe chiarire se Giuseppe si poteva salvare, ma anche il ruolo della madre del bambino, la 30enne Valentina Casa. Lei di certo ha assistito al massacro e, per sua stessa ammissione, non è riuscita a fermare l’ira del compagno. Ma la polizia, coordinata dal Procura di Napoli Nord guidata da Francesco Greco, vuole vederci chiaro su quei soccorsi allertati troppo tardi. Al momento la donna non è indagata ed è tornata a casa della madre, a Massa Lubrense. La Procura dei minori ha temporaneamente affidato a una casa famiglia la figlia più piccola, di 4 anni, rimasta illesa. Nel frattempo il gip del tribunale di Napoli Nord, Antonino Santoro, ha convalidato il fermo nei confronti dell’uomo, per cui è stata emessa un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per omicidio volontario aggravato da futili motivi e lesioni aggravate.

LE DICHIARAZIONI DELL’OMICIDA – Davanti al gip Tony Essobti Badre ha parlato di “un momento di follia” del quale è pentito. E ha aggiunto: “Volevo bene ai ragazzi come fossero miei, ma quando hanno distrutto la cameretta, in particolare la sponda del letto acquistata con tanti sacrifici, ho perso la testa”. Il 24enne anche ammesso di aver sottovalutato, almeno in un primo momento “la portata delle ferite” inferte a Giuseppe. Perdendo così tempo prezioso. Gli inquirenti, infatti, stanno cercando di ricostruire con esattezza quanto accaduto tra sabato e domenica. Il 24enne, venditore ambulante di biancheria intima, aveva iniziato a picchiare i bambini già sabato: lui stesso aveva già dichiarato durante il primo lungo interrogatorio di non aver controllato la rabbia dopo che i bambini avevano rotto la sponda del lettino appena comprato, saltandoci sopra durante un gioco. I figli della compagna sono stati pestati a suon di calci, pugni e schiaffi. Poi, però, le botte sono ricominciate domenica mattina. Con più violenza. La piccola Noemi ha raccontato ai primi soccorritori di essere stata picchiata insieme al fratello con la mazza della scopa. Davanti al gip l’ambulante ha ammesso di aver utilizzato il manico della scopa: “Era già rotto e me ne sono servito”.

LA RICOSTRUZIONE – Già in questa prima ricostruzione, però, è evidente che tra la prima aggressione di sabato e quella di domenica è trascorsa un’intera notte. Gli inquirenti vogliono in primis capire se in quelle ore i bambini potevano in qualche modo essere messi al sicuro. E poi c’è da chiarire quanto accaduto domenica, dopo che il bambino ha perso i sensi. Alle 10 di mattina, il 24enne ha fatto una telefonata alla sorella e, alle 12.30, nella casa di via Marconi è arrivata la madre dell’uomo. È stata lei a chiamare l’ambulanza e la polizia. Si tratta di un buco di oltre due ore, senza considerare il tempo trascorso in quella casa prima della telefonata, nel corso del quale pare che i due conviventi abbiano cercato di medicare Giuseppe. A questo punto, però, diventa fondamentale l’autopsia disposta dal pm Paola Izzo. L’esame stabilirà l’ora del decesso del piccolo, chiarendo se il bambino sia stato lasciato sul divano a morire, oppure se durante il pestaggio gli sia stato inferto un colpo fatale che non gli ha lasciato scampo.

IL RUOLO DELLA MADRE – Ipotesi che cambierebbero la posizione della donna, attualmente al vaglio degli inquirenti. Anche perché non si tratta solo di capire cosa si poteva fare in quelle ore, ma anche se i figli di Valentina Casa vivessero in un contesto sicuro. La tragedia dice di no, così come quanto raccontato da un testimone, che avrebbe visto il 24enne picchiare Giuseppe in mezzo alla strada già nei giorni precedenti alla tragedia. Lo stesso indagato non ha nascosto delle tensioni che si respiravano in casa negli ultimi tempi. Eppure a Massa Lubrense, in questi giorni, diversi testimoni hanno descritto la donna come una ragazza con la testa sulle spalle, che ha sempre lavorato e ha sempre accudito i figli con dedizione, cercando di far pesare meno possibile la fine del matrimonio con il padre, anche grazie all’aiuto della famiglia d’origine. Da ottobre Giuseppe e la sorella maggiore frequentavano la scuola Quasimodo di Crispano. A Repubblica la dirigente scolastica Rosa Esca ha raccontato di non avere ricevuto segnalazioni, ma ricorda che in una occasione gli insegnanti dissero di aver notato un livido su Giuseppe. Il bambino disse di esserselo procurato cadendo dal letto. Su questo aspetto e su cosa succedesse davvero tra le mura di casa, potrà fornire elementi utili alle indagini il racconto di Noemi. Lei è fuori pericolo, ricoverata nel reparto di Neurochirurgia. Ieri è stata ascoltata dal pm nel corso di un interrogatorio di due ore a cui hanno assistito assistenti sociali e psicologi. Ora, però, deve riprendersi. Solo quando starà meglio sarà disposto un interrogatorio ufficiale, come incidente probatorio. Poi, una volta uscita dall’ospedale, come accaduto per la sorellina piccola, anche lei andrà in una casa famiglia.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Sei arrivato fin qui

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it e pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi però aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Diventa Sostenitore
Articolo Precedente

Marco Vannini, in appello pena ridotta da 14 a 5 anni per Ciontoli. La madre del ragazzo: ‘Uno schifo, vergogna’

prev
Articolo Successivo

Bimbo ucciso dal patrigno a Napoli, le indagini: lasciato agonizzante sul divano per ore, curato solo con una pomata

next