Come diceva Andreotti: a pensar male si fa peccato ma quasi sempre si indovina…

Il 2 dicembre è l’anniversario (1984) della morte di Pietro Sette, presidente dell’Iri, in un “incidente stradale” nelle Puglie, nei pressi di Altamura. Un amico giornalista molto autorevole mi disse che pochi giorni prima Sette gli aveva preannunciato per telefono che al ritorno dal suo weekend nelle Puglie avrebbe voluto incontrarlo riservatamente per raccontargli alcune cose importanti degne di venire alla luce.

Sei mesi prima (il 24 giugno) era morto – cadendo dalla barca in cui stava navigando insieme alla moglie – il ministro Bisaglia, che aveva nominato Sette alla presidenza dell’Iri (Sette era già stato – caso unico nella storia delle Partecipazioni Statali – presidente dell’Efim e dell’Eni). Non fu fatta neanche una autopsia e il cadavere fu fatto sparire rapidamente. Otto anni dopo un fratello prete di Bisaglia, don Marco, uscì con una clamorosa dichiarazione. “Sulla sua tragica morte grava un mistero. Non si seppe nulla, nessuno di noi familiari e parenti lo vide morto. La bara fu portata dopo solo tre ore a Roma, presso la sede della Dc a piazza del Gesù. Cossiga stesso si assunse la responsabilità del trasporto su incarico del presidente Pertini. Ancora tutti si chiedono spiegazioni di una morte così misteriosa. Anche perché la barca aveva a bordo tre marinai di scorta”.

Pochi giorni dopo questa dichiarazione – e prima di essere interrogato dai magistrati – don Mario decise di fare una gita in campagna (cosa poco credibile viste le sue precarie condizioni di salute e i problemi giudiziari che si accingeva ad affrontare) e finì annegato in un piccolo fiume della zona. Da un esame autoptico risultò che il decesso del prete, in realtà, non sarebbe avvenuto per annegamento, bensì per una forma di soffocamento non meglio identificata.

Una terza morte “sospetta” – il 28 maggio 2006 – fu quella di Lorenzo Necci, amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, travolto da un’automobile mentre andava in bicicletta nelle vicinanze della sua residenza di vacanze nelle Puglie. Necci era al culmine del suo successo imprenditoriale, tanto che si era arrivati ad ipotizzare un suo alto incarico di governo. Una grande capacità di recupero visto che durante la bufera di Tangentopoli fu arrestato e subì diversi processi, da cui peraltro uscì sempre assolto.

Una precedente morte misteriosa nel mondo delle Partecipazioni Statali si era verificata nel febbraio del 1993: uno dei direttori generali delle Partecipazioni Statali, Sergio Castellari, fu trovato morto nella campagna romana, vicino alla sua villa, con il volto sfigurato dai morsi (presumibilmente) di cani randagi. Qualche collega del Ministero criticava i suoi rapporti troppo stretti con i vertici degli enti di gestione e il suo elevato tenore di vita, ma Castellari non fu mai accusato di reati connessi al suo ruolo. Un altro dei misteri nella giungla dei rapporti fra politica e imprese (pubbliche ma anche private, come è doveroso ricordare sempre).

Per non parlare delle banche e della vicenda misteriosa di Roberto Calvi, che il 18 giugno 1982 a Londra, sotto il Blackfriars Bridge, il Ponte dei Frati Neri, venne trovato impiccato: in una situazione che avrebbe richiesto – senza “l’aiuto” di qualcuno – delle straordinarie capacità acrobatiche. O della sciagura aerea in cui, il 27 ottobre del 1962, perse la vita Enrico Mattei, che con il suo bimotore stava tornando da Catania a Milano. Con le iniziative ardite dell’Eni, Mattei era divenuto un serio problema per le potentissime “Sette Sorelle” del petrolio.

Infine, non va dimenticata la vicenda di un giornalista, Mino Pecorelli, che aveva dato vita ad una agenzia di stampa (la OP – Osservatore Politico). Come capo ufficio stampa dell’Iri, dal 1974 al 1979, ho avuto diverse occasioni di incontrare Pecorelli, che per lo più annunciava agli addetti stampa di aziende pubbliche e private di essere in possesso di notizie negative sulle stesse aziende e di far capire apertamente di essere disposto a non pubblicarle, in cambio dell’aumento degli abbonamenti alla sua agenzia. In sostanza, avrebbe praticato piccoli ricatti cui gli addetti stampa (anche tenendo conto della esiguità delle richieste economiche) sottostavano per amor di pace.

Pecorelli fu ucciso la sera del 20 marzo 1979, non lontano dalla sede della sua agenzia, da quattro colpi di pistola sparati a bruciapelo. Qualche tempo dopo Toni Buscetta disse di aver saputo dai boss mafiosi Badalamenti e Bontade che l’omicidio sarebbe stata commesso per volontà di Giulio Andreotti, forse vittima di qualche pesante tentativo di ricatto da parte di Pecorelli: un tentativo – se vero – molto incauto.

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