“Tutte le richieste di permessi di trivellazione che arriveranno sulla scrivania del ministro dell’Ambiente Costa non verranno firmate”. È la risposta, che arriva da fonti del Ministero, alle affermazioni del leader dei Verdi, Angelo Bonelli, che definisce “gattopardesco” l’emendamento sulle trivelle, inserito del dl Semplificazione, frutto dell’accordo tra Lega e M5S e in seguito al quale, secondo l’esponente politico “verranno autorizzate 15 nuove trivellazioni di cui quattro in mare (tre in Mar Adriatico e una nel canale di Sicilia ) e 11 sulla terraferma”. Dal Ministero smentiscono e ricordano che Costa “ha già espresso la sua intenzione di non firmare nuove autorizzazioni”. Un fatto è certo: accordo e scambio politico trivelle-idroelettrico a parte, non è facile capire cosa accadrà nei prossimi 18 mesi in base a quanto stabilito dall’emendamento che, se da un lato è stato definito dallo stesso ministro come “un bel passaggio”, dall’altro ha raccolto anche diverse critiche. Ad esempio fra in No Triv. Il primo step è capire qual è la situazione, in Italia, rispetto ai permessi di ricerca e prospezione (tra quelli richiesti e quelli ottenuti) e alle concessioni di coltivazione (anche in questo caso, sia per le istanze inoltrate, che per i titoli già accordati).

PERMESSI DI RICERCA E PROSPEZIONE – Nell’ultimo numero del Bollettino ufficiale per gli idrocarburi e le georisorse i dati sono aggiornati al 31 dicembre 2018. Risultano presentate 54 istanze di permesso di ricerca su terraferma e 25 in mare, oltre alle 5 richieste di permesso di prospezione in mare. In totale, dunque, si tratta di 79 istanze di permessi su un totale di 26.674 chilometri quadrati e 5 istanze di prospezione a mare su un totale di 68.335 chilometri quadrati. Cosa accadrà? Entro 18 mesi dall’entrata in vigore del dl Semplificazione dovrà essere approvato il Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (PiTESAI) “al fine di individuare un quadro definito di riferimento delle aree ove è consentito lo svolgimento delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi sul territorio nazionale, volto a valorizzare la sostenibilità ambientale, sociale ed economica delle stesse”. Nel frattempo, però, in questo periodo (che può arrivare fino a due anni), “nelle more dell’adozione del Piano”, sono sospesi “i procedimenti amministrativi, ivi inclusi quelli di valutazione di impatto ambientale, relativi ai nuovi permessi di prospezione o di ricerca di petrolio e gas”.

Non solo tutti i procedimenti pendenti non riceveranno alcuna autorizzazione, ma l’emendamento sospende anche i permessi di prospezione o di ricerca già in essere, sia per aree in terraferma che in mare. Saranno interrotte “tutte le attività di prospezione e ricerca in corso di esecuzione, fermo restando l’obbligo di messa in sicurezza dei siti interessati dalle stesse attività”. Quante sono? Secondo il Buig i permessi di ricerca già ottenuti sono 47 sulla terraferma (di cui 14 già sospesi) e 26 in mare (di cui 10 già sospesi). In totale, dunque, 49. “Da bloccare subito” ha spiegato il M5S. In alcuni casi è stata presentata istanza di sospensione del decorso temporale. Secondo il costituzionalista Enzo Di Salvatore, cofondatore del Movimento No Triv “è prevedibile che i provvedimenti di sospensione dei permessi già rilasciati – spiega a ilfattoquotidiano.it – verranno quasi certamente impugnati dalle società petrolifere dinanzi al Tar per lesione del legittimo affidamento”. Nella relazione tecnica che accompagna l’emendamento già si prevede un costo di quasi 80 milioni di euro “a titolo di danno emergente per i titolari dei permessi di prospezione e ricerca sospesi”. Secondo le valutazioni della Direzione generale del Mise sono 39 i titolari di permessi che potrebbero battere cassa.

LE CONCESSIONI SALVE – La sospensione non si applica ai procedimenti relativi alle concessioni di coltivazione di petrolio e gas pendenti alla data di entrata in vigore della legge, anche se, nelle more dell’adozione del Piano “non è consentita la presentazione di nuove istanze”. In Italia le istanze di concessione di coltivazione presentate (stando ai dati del Bollettino) sono 5 in terraferma e 4 in mare, mentre i titoli già ottenuti dalle compagnie petrolifere sono 116 su terraferma e 66 in mare. Riguardo alle istanze, l’emendamento prevede una spesa di oltre 65 milioni di euro per risarcire “i 9 soggetti che hanno presentato istanza di rilascio di concessione per la coltivazione di idrocarburi”, in caso i procedimenti non siano conclusi con esito positivo entro la data di approvazione del piano. A questa cifra vengono aggiunti, nella relazione tecnica, altri 325 milioni (in via prudenziale, come lucro cessante). Le concessioni ad estrarre che verranno autorizzate sono principalmente di Eni, Agip, Edison e Total. Se le compagnie otterranno le autorizzazioni prima dell’approvazione del piano, i loro progetti andranno avanti. Altrimenti le cose si complicheranno. Dunque è prevedibile una corsa ad ottenere i titoli in tempi stretti. “C’è l’istanza di concessione relativa al permesso A.R94.PY che porterà a estrarre idrocarburi di fronte al parco del Delta del Po – aggiunge Bonelli – e, caso eccezionale, all’interno delle 12 miglia marine attraverso un’interpretazione abnorme dell’articolo 35 del decreto Sviluppo del 2012, promosso dall’allora ministro allo Sviluppo Economico del governo Monti, Corrado Passera”. Quella norma prevedeva una deroga al limite delle 12 miglia e faceva salvi i procedimenti autorizzatori e concessori in corso alla data del 29 giugno 2010”. Come ricorda Di Salvatore, però “ci si ritrova in questa situazione non tanto a causa dell’emendamento, quando a causa dell’esito del referendum abrogativo del 17 aprile 2016. Di fatto, l’emendamento non ferma progetti importanti come Tempa Rossa”. Proprio nei giorni scorsi, l’amministratore delegato della Total, Francois Rafin, ha criticato l’immobilismo della Regione Basilicata che non ha ancora concesso le autorizzazioni per l’avvio del Centro Olio Tempa Rossa, annunciando il ricorso al Ministero dello Sviluppo Economico.

GLI ALTRI PROCEDIMENTI SALVI – Il testo salva anche altri procedimenti, sia che essi siano in corso, sia che vengano avviati dopo la data di entrata in vigore della legge. Si tratta di quelli relativi alle proroghe delle concessioni di coltivazione in essere, di rinuncia a titoli minerari vigenti o alle relative proroghe, di sospensione temporale della produzione per le concessioni in essere e di riduzione dell’area, di variazione dei programmi lavori e delle quote di titolarità. Un problema sorge per le proroghe. “L’emendamento – continua Di Salvatore – conferma la politica attuata da Monti nel 2012, dando il via alla proroga automatica delle concessioni già scadute”. Cosa comporterà? “In questo modo – attacca Bonelli – tutte le concessioni della Basilicata continueranno a operare, come quella della Val D’Agri, che scadrà il 31 ottobre 2019”. “Il rischio di una proroga per altri dieci anni c’è per i cittadini lucani – commenta Di Salvatore – ma quello è un caso particolare”. Già, perché è in corso la procedura per il rilascio della nuova Aia (Autorizzazione integrata ambientale). “In quel caso – aggiunge il costituzionalista – bisognerà capire come verrà coinvolta la Regione”. Il problema resta, anche se la Lega ha ceduto: nelle aree che verranno definite incompatibili, secondo il piano, le concessioni vigenti alla data di entrata in vigore della legge potranno andare avanti fino alla scadenza (scatenando l’ira degli ambientalisti), ma non potranno essere ulteriormente prorogate.

DOPO IL PIANO – Come ribadito dal governo, il buon esito di questo provvedimento dipende tutto dal piano. Intanto perché se non dovesse essere approvato entro il termine previsto, andrebbe tutto in fumo. “L’emendamento – spiega Di Salvatore – introduce una normativa ‘a termine’: trascorsi i diciotto mesi, non ci potrà essere un altro piano”. E lo stesso accadrà se, approvato il piano, per qualsiasi motivo un giudice amministrativo dovesse bocciarlo. I termini cadranno “e la legge sarà morta”. Se, invece, tutto andrà secondo il previsto e il piano verrà approvato, allora le compagnie dovranno fare i conti con i divieti nelle aree protette. Nelle aree in cui le attività di prospezione, di ricerca e di coltivazione risultino compatibili con le previsioni del piano, i titoli minerari sospesi riprenderanno efficacia. Nelle aree non compatibili, il Mise rigetterà le istanze relative ai procedimenti sospesi revocando, anche limitatamente ad aree parziali, i permessi di prospezione e di ricerca in essere. Se incompatibili, come si diceva, saranno rigettate anche le istanze per il rilascio delle concessioni di coltivazione per le quali le compagnie non avranno ancora ottenuto i titoli entro la data di adozione del piano. E per le concessioni di coltivazione vigenti (anche in proroga), che prevedono attività incompatibili? Manterranno la loro efficacia sino alla scadenza e non saranno ammesse nuove istanze di proroga.

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