Il referendum propositivoanche grazie al dialogo con l’opposizione, sembra proiettato verso la luce con una soluzione di compromesso: niente quorum partecipativo, ma approvativo al 25%, con ipotesi di “ballottaggio” tra le proposte originarie e quelle del Parlamento. Analoga soluzione dovrebbe rivitalizzare l’istituto delle proposte di legge di iniziativa popolare rendendone obbligatoria la calendarizzazione e la discussione entro 18 mesi, come chiedono i Cinque Stelle che hanno insistito perché fosse un punto del “contratto di governo”. Sembra roba da niente, rimasta quasi in ombra rispetto al tema referendario. Ma fino ad oggi comitati e cittadini hanno continuato a raccogliere 50mila firme per vederle gettare al vento (proprio da coloro che hanno eletto), salvo – come vedremo a breve – le pochissime rispondenti a un tornaconto della maggioranza di turno. Per questo, un anno fa, fu salutata come una rivoluzione la riforma del regolamento del Senato voluta dall’allora presidente Pietro Grasso che, tra le altre cose, ha previsto che l’esame in Commissione venga concluso entro tre mesi dall’assegnazione, decorsi i quali la proposta viene iscritta d’ufficio nel calendario dei lavori d’aula ma solo sul testo dei proponenti, senza che sia possibile avanzare questioni incidentali. Ma da lì all’approvazione di un testo ce ne passa, anche perché è rimasta l’asimmetria con la Camera dove nulla è stato fatto. Così l’iniziativa popolare è rimasta ostaggio dei partiti come sempre, lo dicono i numeri.

Dal 1979 alla fine della scorsa legislatura, sono state presentate 262 proposte di legge di iniziativa popolare e solo 3 sono diventate leggi, mentre 151 (quasi il 60%) non sono state nemmeno discusse. Parliamo di almeno 7,5 milioni di firme di cittadini buttate al vento. A sancire la vita o la morte in culla delle istanze, come detto, sono i partiti per mano dei loro gruppi parlamentari. Va rilevato che a questa logica, purtroppo, non sfugge l’attuale legislatura: tra le 23 proposte depositate nel 2018 solo quella su legittima difesa tanto cara alla Lega è passata, confluendo nel ddl approvato in Senato e atteso ora alla Camera. L’unica approvata definitivamente, sulle 46 depositate in quella precedente fu una proposta di legge elettorale proporzionale di iniziativa popolare presentata a marzo 2014 che venne unificata ai testi prodotti a Montecitorio e (opportunamente stravolta) divenne l’Italicum, poi bocciato dalla Consulta dopo aver impegnato per un anno commissioni, aule e pagine di giornale.

Dunque i partiti, a tutt’oggi, sono i padroni assoluti di questo strumento di democrazia “dal basso” ante-litteram, che fanno funzionare solo quando l’oggetto della proposta risponde a uno specifico interesse, spesso elettorale e quasi mai generale, mentre sulla scia della “selezione” operata dal Parlamento, rimangono tanti cadaveri eccellenti: tra quelle depositate dal 23 marzo 2018, spiccano una vera legge sull’azzardo, il contrasto alle false cooperative, la fine ai superbonus dei manager pubblici e altre cose di buon senso. Ecco perché era necessario rilanciare strumenti di democrazia diretta.

Il testo che si sta discutendo in Commissione Affari Costituzionali è un progetto complessivo di riforma  e investe anche l’articolo 71 che disciplina appunto le proposte di legge dei comitati. La logica – secondo quanto trapela dagli uffici del Ministro Riccardo Fraccaro – sarà esattamente la stessa del referendum propositivo. Come già previsto dal testo depositato a ottobre dal deputato Francesco D’Uva, tutte le proposte di legge di iniziativa popolare dovranno essere approvate dalle due Camere entro un anno e mezzo; nel caso in cui questo non avvenga, o se le Camere dovessero approvare un testo diverso, si passerà direttamente a una consultazione referendaria con quorum al 25%, quorum dunque non “partecipativo” ma approvativo, con la facoltà di scegliere quella originaria e quella eventualmente modificata dal Parlamento. E’ da vedere se la soluzione sarà – come dice il ministro Fraccaro – la sintesi tra l’esigenza di rivitalizzare la partecipazione dei cittadini e quella di tutelare il Parlamento; oppure un meccanismo perverso che manda in collisione permanente “popolo” e istituzioni rappresentative, come sostengono le opposizioni.

Il tempo non mancherà, visto che in Commissione è stato accolto un secondo emendamento del Pd (dopo quello del quorum al 25%) che eleva la modifica al rango costituzionale complicandone il percorso e l’esito, tra vari passaggi e maggioranze assolute o qualificate nei due rami del Parlamento (ed eventualmente anche il referendum). Nel frattempo, proprio tra questi persiste uno squilibrio che è poi uno dei motivi della legge. Al Senato il 20 dicembre 2017 una modifica al regolamento ha introdotto l’obbligo per le commissioni di iniziare entro un mese dall’assegnazione l’esame dei disegni di legge di iniziativa popolare. Alla Camera questa modifica non è ancora intervenuta rendendo così disomogenei i criteri e penalizzando le proposte depositate a Montecitorio che –ad oggi –non hanno certezza di essere mai discusse. Gli stessi uffici del ministro fanno sapere che si procederà a modificare il regolamento, come più volte auspicato dal presidente Roberto Fico, in attesa della legge che unifica la materia. Presso l’ufficio di presidenza, proprio il 5 dicembre scorso, il deputato di +Europa e segretario dei Radicali Italiani Riccardo Magi ha depositato una proposta specifica che è la fotocopia di quella in Senato. Probabile che si partirà proprio da questo testo.

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