Sono 740 i maestri con il camice bianco che ogni giorno nell’anno scolastico 2017/2018 hanno permesso a oltre settantamila studenti di continuare le lezioni anche se ammalati. Sono i numeri dell’esercito della scuola in ospedale: 200 sezioni, 18 scuole polo capitanate da Tiziana Catenazzo, dirigente dell’istituto comprensivo Pejron di Torino, capofila nazionale di un progetto che al ministero definiscono “un modello di eccellenza”.

Lo scorso anno scolastico a usufruire di questo servizio previsto dalla legge sono stati 69.290 bambini della scuola dell’infanzia e primaria e 6000 della secondaria di secondo grado. Mentre l’istruzione domiciliare è stata fatta per un totale di 64.715 ore per un totale di 1.310 progetti. Il tutto reso possibile grazie ad un finanziamento ad hoc previsto dal Decreto ministeriale 851/17 che ha messo a disposizione un milione di euro. “La scuola in ospedale è un’opportunità: è la famiglia che chiede la presa in carico da parte della sezione ospedaliera del ragazzo. Normalmente viene richiesta specialmente per le degenze più lunghe. Funziona esattamente – spiega la professoressa Catenazzo che solo in Piemonte può contare su 14 sezioni e 60 docenti nei sanitari – come l’istruzione fuori dall’ospedale: è scuola a tutti gli effetti. Dal punto di vista normativo delle procedure è identica sia in termini di durata che di valutazione”.

Certo gli orari scolastici non sono gli stessi perché tutto dipende dalle condizioni di salute dei ragazzi. In media si riescono a fare quattro ore di lavoro al giorno. Diversa anche la valutazione: si fa lezione e si da subito il voto ad ogni modulo perché il giorno successivo non si è certi della presenza dell’allievo. “La professoressa ospedaliera – continua la dirigente – lavora con i consigli di classe in modo che la didattica possa andare di pari passo con quanto si fa in classe. Il docente fa un mestiere di grande flessibilità perché è in un contesto determinante per l’apprendimento. La presa in carico in teoria parte dopo 30 giorni ma in alcuni casi il capo-reparto ci chiede d’intervenire anche prima. Il docente è parte anche dell’ équipe ospedaliera”.

In questo modo il rischio di un abbandono scolastico è spesso scongiurato: “Purtroppo tanti ragazzi che non hanno la fortuna di avere una sezione ospedaliera nei loro sanitari hanno un percorso di rientro più rallentato che qualche volta pregiudica il successo formativo. Per le famiglie vedere la scuola in ospedale aiuta alla normalizzazione”, precisa la preside torinese. Diversa la situazione per l’istruzione domiciliare: in questo caso si attivano i docenti di classe che fanno un progetto ad hoc per il ragazzo che si trova a casa ammalato. In genere si va dalle 4 -5 ore alle dieci alla settimana. Una didattica che dev’essere funzionale al rientro in classe. Lo sa bene il professor Giuseppe Grispo, dell’Istituto Martino Bassi di Seregno che lo scorso anno ha seguito un suo studente di quinta: “Quando siamo rientrati dalle vacanze estive la preside ci ha dato la notizia che l’alunno era stato colpito da una leucemia. Ha fatto tutto il quarto anno grazie alla scuola fatta sia a domicilio che in ospedale. I primi tempi è stata dura: a causa della chemioterapia saltavano gli appuntamenti oppure quando si sentiva bene ci telefonava e noi dopo dieci minuti eravamo a casa sua pronti a far lezione. Ricordo la forza di volontà di questo ragazzo e la sua voglia di reagire e non perdere l’anno scolastico. È rientrato a scuola dopo le vacanze natalizie del 2018 pronto ad affrontare la maturità dove si è diplomato con 98/100”.

Una scuola quella in ospedale e a domicilio che resta nascosta agli occhi dei più e che spesso non si conosce. Non a caso da gennaio partirà un portale nazionale messo a disposizione dei docenti e dei genitori che si ritrovano ad avere a che fare con questa esperienza. Inoltre il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti ha deciso di rivedere le linee guida introducendo il servizio anche per alcune patologie come i disturbi alimentari e le fobie.