Si sono spente le luci sull’ormai moribondo governo belga. Dopo l’abbandono dell’esecutivo da parte dei membri dell’Alleanza Neo-Fiamminga (N-VA) e con la minaccia incombente di un voto di sfiducia in Parlamento, il primo ministro Charles Michel ha deciso di rassegnare le dimissioni la cui ufficialità dipende dalla decisione definitiva di Re Filippo. La scelta della N-VA, formazione sovranista fiamminga che ha ottenuto il maggior numero di voti alle ultime elezioni del 2014 senza però riuscire a formare una maggioranza, non avrà solo ripercussioni interne alla monarchia nordeuropea. Ad appena cinque mesi dalle elezioni europee, il cambio dell’esecutivo potrebbe portare a un cambio di casacca del prossimo primo ministro, modificando anche gli equilibri all’interno del Consiglio europeo che ha il compito di decidere, su approvazione del Parlamento, il prossimo presidente della Commissione europea. Una scelta, quella del partito fiammingo, che potrebbe causare un effetto emulazione tra tutti i partiti sovranisti europei fondamentali per la tenuta dei rispettivi governi.

Il Belgio rappresenta uno degli esempi più chiari di quella che potrebbe diventare la strategia sovranista per cercare di aumentare il proprio peso in Consiglio europeo, in mancanza, dicono i sondaggi, delle preferenze necessarie a conquistare la maggioranza parlamentare con una eventuale coalizione neo-nazionalista auspicata da Steve Bannon e Matteo Salvini. Il primo ministro uscente di Bruxelles è infatti leader del Partito Riformatore, terza forza per numero di seggi nel Parlamento belga e parte del gruppo europeo dei Democratici e Liberali (Alde). Le elezioni del 2014 furono vinte proprio dall’Alleanza Neo-Fiamminga con il 20% dei voti e 33 seggi, senza che riuscisse però a formare una maggioranza. Fu così che, dopo mesi di lunghe trattative, a ottobre Michel è entrato in carica con l’appoggio delle tre formazioni fiamminghe. L’uscita della N-VA, che in Europa fa parte del gruppo parlamentare dei Conservatori e Riformisti (Ecr), lo ha messo in minoranza e, con le elezioni che si terranno a inizio 2019, l’Alleanza cercherà di ottenere ciò che gli è sfuggito nel 2014: la guida dell’esecutivo.

Se Salvini ribaltasse la situazione? –  Una situazione molto simile è quella che sta vivendo l’Italia. Il governo di coalizione giallo-verde con un Presidente del Consiglio super partes ha vissuto un rapido stravolgimento del peso specifico delle forze in campo. A questo esecutivo si è arrivati con i Cinque Stelle forti del 32% ottenuto dopo il voto del 4 marzo, primo partito italiano, e la Lega che, invece, aveva chiuso con un buon 17%, terza formazione dopo il Pd e prima forza della coalizione di centro-destra. Da quando è stato formato l’esecutivo, però, Matteo Salvini è stato più abile dei pentastellati a sfruttare il nuovo ruolo di governo e in soli sette mesi è riuscito a ribaltare la situazione: gli ultimi sondaggi danno il Carroccio al 32%, prima forza politica italiana, e il Movimento al 27%, seconda. Se Matteo Salvini decidesse di conseguenza di redistribuire le forze in campo, potrebbe anche far cadere il governo senza il rischio di ritorsioni interne, dato che il matrimonio tra i sostenitori di Lega e M5s non sembra essersi mai realizzato, e andare a elezioni già prima delle Europee, magari tornando ad allearsi con le formazioni di centro-destra, con Forza Italia che non ha mai smesso di corteggiarlo, e puntare a un governo a guida leghista che trasformerebbe anche il seggio in Consiglio europeo da indipendente a sovranista.

La svolta a destra dei Popolari austriaci per accontentare gli alleati nazionalisti – Chi ha impresso una decisa svolta a destra del suo partito, soprattutto sul tema immigrazione, è certamente il Cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, salito a capo del governo appena un anno fa con il 31% dei consensi, ma con l’appoggio decisivo dell’ultra-destra del Partito della Libertà (Fpö). Questo seggio al Consiglio europeo in quota Ppe, però, non sembra essere troppo a rischio per due motivi. Il primo, Kurz tiene conto delle richieste degli alleati di governo e non teme di schierarsi, come sulla questione migranti, su posizioni estremiste che lo hanno portato ad avvicinarsi alla Lega e al Gruppo di Visegrád con a capo il suo alleato europeo, Viktor Orbán. Il secondo, la popolarità del 32enne austriaco è continuata a crescere fino a raggiungere, secondo gli ultimi sondaggi, il 34% dei consensi, staccando gli alleati del Fpö di ben 11 punti percentuali.

Danimarca: i sovranisti sono calati, ma potrebbero pensare a una larga alleanza – Chi non sembra aver faticato ad adattarsi a posizioni più conservatrici e nazionaliste è anche il Liberale (almeno sulla carta) governo di Løkke Rasmussen, in Danimarca. Le elezioni del 2015 hanno visto i Socialdemocratici di Helle Thorning-Schmidt vincere come primo partito con il 26%. La formazione di sinistra dell’ex primo ministro, però, non riuscì a formare una coalizione che le garantisse una nuova maggioranza in Parlamento. Così, le negoziazioni andarono avanti, fino a quando Rasmussen, esponente del Venstre, all’epoca terza forza e membro di Alde, cedette all’idea di formare un esecutivo di minoranza monocolore con l’appoggio, tra gli altri, anche dei sovranisti del Partito Popolare (Df), seconda formazione con il 21% dei consensi e parte del gruppo Ecr a Bruxelles. Questa scelta ha reso il nuovo governo ostaggio dei Df e le conseguenze sulle politiche nazionali si sono viste, soprattutto in tema d’immigrazione. Esempi di questa influenza sono le 22 proposte contenute nel cosiddetto “pacchetto ghetto”, oppure la decisione di confinare irregolari e migranti che hanno commesso reati sull’isola di Lindholm, a 2,5 chilometri dalla terraferma.

Il contesto in cui si trova a governare Rasmussen, però, non è caratterizzato dalla stessa tranquillità di cui gode Sebastian Kurz: nonostante il calo dei consensi dei sovranisti di Df, questi rimangono secondo partito nazionale proprio a pari merito con il leader di Venstre e dietro solo ai Socialdemocratici, con la possibilità di cercare alleanze con le altre formazioni di destra.

Bulgaria, ai sovranisti non conviene fare uno sgarbo al premier Borisov –  Chi dorme sonni un po’ più tranquilli è invece il primo ministro bulgaro, Bojko Borisov, al suo terzo mandato dopo aver formato un’alleanza con i sovranisti di Patrioti Uniti, gruppo europeo Ecr, che hanno fornito al suo partito Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria, gruppo europeo del Ppe e 95 seggi nel Parlamento nazionale, i rappresentanti necessari per ottenere la maggioranza nell’assemblea. I Patrioti Uniti sono l’unica forza alleata con il principale partito al governo ma, a differenza di ciò che è successo in Belgio, non hanno alcun interesse a far cadere l’esecutivo. Il consenso nei loro confronti, secondo i sondaggi, è calato dal 9% al 6%, mentre Borisov è rimasto stabile al 34%, seguito al 31% dai Socialisti. Fare lo sgambetto all’attuale premier rappresenterebbe un grosso rischio per la formazione nazionalista: potrebbe portarla a ottenere maggiori concessioni dal premier, ma anche ricacciarla all’opposizione di un nuovo governo Borisov alleato con le due formazioni liberali o, addirittura, di un esecutivo a guida socialista.

Twitter: @GianniRosini