Se avete già divorato le 11 puntate della serie “Narcos Messico” e siete in crisi di astinenza, non dimenticate che di narcos ne abbiamo avuti – e ne abbiamo – pure noi in Italia. Certo, nessuno ha raggiunto l’epica di un Pablo Escobar, né – per fortuna – la furia stragista dei cartelli messicani, responsabili di decine di migliaia di morti negli ultimi anni. Resta il fatto che i grandi trafficanti italiani hanno giocato – e giocano – insieme a loro la stessa identica partita, e in un ruolo di tutto rispetto. Tano Badalamenti per esempio, che oggi ricordiamo soprattutto come il mandante dell’omicidio di Peppino Impastato. O Alfonso Caruana, boss del gruppo siculo-venezuelano Cuntrera-Caruana (e qui la memoria va al matrimonio di un membro della famiglia a cui partecipò come testimone di nozze, nel 1977, l’esponente e futuro ministro Dc Calogero Mannino, poi assolto definitivamente dal processo per concorso esterno a Cosa nostra basato anche su quell’episodio). Od Oreste Pagano, camorrista di osservanza cutoliana, che già negli anni Settanta, prima del salto verso la spiaggia caraibica di Cancún, in Messico, si era installato in una villa a Soiano sul Lago di Garda.

Queste e altre storie sono raccontate in L’Italia dei narcopadrini, appena pubblicato da Edizioni del Capricorno (256 pp., 16 euro). La particolarità sta nell’autore, il colonnello dei carabinieri Benedetto Lauretti, con una lunga esperienza investigativa antimafia e antiterrorismo nel Reparto operativo speciale (Ros) dell’Arma. Proprio come nelle serie “Narcos”, le gesta dei grandi trafficanti sono raccontate con gli occhi di un investigatore che ha partecipato direttamente alle indagini. Indagini che partono dal più grande sequestro di droga mai realizzato in Italia, il 5 marzo 1994: 5,466 tonnellate di cocaina nascoste in un container stipato di scarpe, depositato in un capannone di Borgaro Torinese, nell’hinterland del capoluogo piemontese. Mittenti del carico, due grossi trafficanti del cartello di Cali, in Colombia, che aveva scalzato il cartello di Medellín comandato da Escobar (per gli appassionati, siamo nella terza stagione della serie “Narcos”).

E’ così che predono il via alcune delle più importanti inchieste di tutti i tempi sul traffico internazionale di droga e relativo riciclaggio di denaro sporco. Indagini che portano individuare, in mezzo a mille difficoltà e con diversi stop and go, il narco italiano Alfonso Caruana, boss del clan Cuntrera-Caruna che da Siculiana, in povincia di Agrigento, si era proiettato in Canada e in Venezuela. Socio paritario del business si rivelò essere il camorrista Pagano, mentre diversi gruppi di ‘ndrangheta si occupavano del trasporto e della logistica. Bisognerà però varcare la soglia degli anni Duemila per arrivare a raccogliere prove sufficienti contro l’altro bersaglio grosso del Ros, cioè il boss di Cosa nostra in esilio Badalamenti – il Tano Seduto oggetto delle invettive di Peppino Impastato – all’epoca detenuto negli Stati Uniti. Anche perché, si legge nel libro, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 attenzioni e risorse del Ros vengono dirottate dall’antidroga all’antiterrorismo.

Storie di droga e, naturalmente, storie di soldi. Decine e decine di miloni di dollari riciclati nelle banche, svizzere ma non solo, da sospettabilissimi colletti bianchi con valigette farcite di banconote. Esemplare un episodio raccontato nel libro dal colonnello Lauretti. Il direttore della filiale della City and District Bank di Dollard-des Ormeaux, un sobborgo di Montréal, testimoniò agli inquirenti che Alfonso Caruana, correntista di quell filiale, si presentava ogni mese con talmente tante banconote, in dollari Usa, che “lui stesso e gli impiegati passavano ore a contarle negli uffici e, poiché si trattava di migliaia di pezzi, finanche da un dollaro, veniva utilizzato ogni spazio della filiale, compreso il cucinotto posto sul retro”. Solo tra il 1978 e il 1981, i Caruana avevano movimentato denaro liquido per 15 milioni. Come in un film. Pardon, in una serie tv.

LA FRASE. “Grazie alle enormi disponibilità in valuta contante statunitense, quella piccola e insignificante filiale di Dollard des Ormeaux era stata in grado di sostituirsi addirittura alla Banca Centrale del Canada per soddisfare le esigenze di moneta americana in favore di tutte le consorelle (ben 85 all’epoca) della City and District Bank nel distretto di Montréal”.

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