La Regione Lazio è pronta a prorogare di un anno le autorizzazioni ai malandati impianti di trattamento dell’immondizia romana, in scadenza il 31 dicembre. Con buona pace delle decine di migliaia di residenti nei quadranti intorno ai tmb Salario e Rocca Cencia, da tempo in lotta contro i miasmi che stanno attanagliando le zone limitrofe di Roma nord e Roma est. Lo fa, dettando una lista di 15 prescrizioni “molto rigida” che Ama, la società capitolina che gestisce i rifiuti in città, dovrà impegnarsi a seguire pedissequamente. Pena, fra 12 mesi, la revoca dei permessi. “Fra 12 mesi”, appunto, non subito. Anche perché, ragionano fonti qualificate alla Pisana, “chiudere di punto in bianco quegli impianti, oggi, porterebbe Roma a un’emergenza ben peggiore di quella di Napoli 2007”. Una necessità oggettiva dunque, malgrado l’assessore regionale all’Ambiente, Massimiliano Valeriani, resti dell’idea che “così come operano oggi, gli impianti di trattamento meccanico biologico dei rifiuti del Salario e di Rocca Cencia sono incompatibili con il tessuto urbano circostante”.

LE PRESCRIZIONI – Il documento in possesso de IlFattoQuotidiano.it è molto tecnico ma si evince come il tenore delle prescrizioni sia piuttosto perentorio. In particolare, al punto 2 si impone l’Ama di “classificare i rifiuti prodotti a norma, tenuto conto del processo da cui questi sono generati”, codificazione che, come rilevato dall’Arpa, veniva fatta in maniera automatica senza verificare la “qualità” del prodotto lavorato. Al punto 3, invece, si chiede di “rispettare la frequenza di 15 giorni prevista per operare lo svuotamento dell’area ricezione dei rifiuti solidi urbani, al fine di effettuare le previste operazioni di sanificazione e pulizia”, ovvero svuotare e pulire le vasche di lavorazione”; al punto 4, quindi, si impone di “mantenere il valore di umidità del letto biofiltrante nel range percentuale previsto (40% – 60%) nella tabella ‘emissioni in aria’”, questione che interessa soprattutto il tema dei miasmi”.

In generale, come rilevato al punto 6, l’azienda è chiamata “a trasmettere tempestivamente, presso la competente Arpa Lazio, i relativi fascicoli di validazione, qualora s’intenda utilizzare metodi di campionamento alternativi a quelli previsti”. Infine, rilevante il punto 14, in cui si impone di “effettuare tutte le verifiche previste in relazione alla sezione ‘difesa suolo’ con particolare riferimento alle aree di stoccaggio”. La missiva è stata “trasmessa a Roma Capitale (nell’indirizzario anche la sindaca Virginia Raggi, ndr) nonché, con separata nota, presso la competente Procura della Repubblica di Roma”, con il pm Carlo Villani che ha già tre fascicoli aperti sull’argomento.

I RIFIUTI ROMANI NON DIMINUIRANNO – Il problema è che nel corso del 2019 i rifiuti “prodotti” dalla Capitale non diminuiranno come annunciato in un primo momento dall’amministrazione capitolina. Tutt’altro, come si evince nero su bianco dalla relazione del piano finanziario allegata al Bilancio previsionale 2019 del Campidoglio e dal report allegato al Bilancio consuntivo 2018. Rispetto alla cifra di 1.650.000 tonnellate di indifferenziato previste per il 2018, infatti, ne sono state contate realmente 1.739.000 – circa il 5% in più – e per il 2019 ne sono state previste 1.736.000, dunque in linea con i dati reali dell’anno quasi trascorso. Da questo deriva che, sempre come previsto dalla relazione allegata al previsionale 2019, l’impianto Salario – quello più contestato dai cittadini – dovrà lavorare al 78% della sua capacità autorizzativa: se nel 2018 la media è stata all’incirca di 400 tonnellate al giorno (con tutte le difficoltà raccontate dall’Arpa, nel 2019 si dovrà passare necessariamente a 650 tonnellate.

IL NUOVO PIANO INDUSTRIALE – Con l’annunciata “soluzione” – anche se si tratta di una postergazione – del contenzioso da 60 milioni in corso fra Campidoglio e Ama, dall’azienda presieduta da Lorenzo Bagnacani parlano da settimane del nuovo piano industriale che, come si anticipa nel piano finanziario 2019, prevederebbe un “progetto di sviluppo, attraverso la realizzazione di aree industriali attrezzate al ricevimento di rifiuti urbani provenienti dalla raccolta differenza e da quella indifferenziata, che consentono la completa riconversione dei materiali, ossia la trasformazione in ‘prodotto’ di tutti i rifiuti in ingresso”.

Tradotto: dei “tmb più moderni”, come amano spiegare in azienda. Il problema, come messo in luce anche da Valeria Baglio, consigliera del Pd in Campidoglio, lo stesso piano tariffario, alla voce investimenti, prevede “solo” 67 milioni di euro, di cui 42 milioni per acquistare nuovi autocarri e 30 per bidoni e bidoncini della raccolta differenziata. “E dove sono i soldi per i nuovi impianti sostitutivi?”, si chiedono i Dem. Al momento, l’unica “soluzione” – con tutto ciò che comporta – sarebbe rivolgersi all’altro impianto di Rocca Cencia, il tritovagliatore di proprietà del Colari di Manlio Cerroni e gestito dalla ditta Porcarelli, autorizzato per 411.000 tonnellate l’anno, a cui il “Supremo” potrebbe affiancare il vicino tmb di Guidonia.