Se i funzionari della Regione Abruzzo avessero completato la carta del rischio valanghe, prevista dal 1992, l’hotel Rigopiano sarebbe stato chiuso nei mesi invernali. E lo stesso provvedimento sarebbe stato preso se il Comune di Farindola avesse adottato un Piano regolatore generale nuovo. Ci sono queste due “negligenze” alla base della strage all’interno della Spa il 18 gennaio 2017, quando le mura della struttura ricettiva vennero inghiottite da una valanga uccidendo 29 persone tra gestori, dipendenti e ospiti. E poi ci sono gli “atti omissivi” della Prefettura di Pescara, guidata all’epoca dal prefetto Francesco Provolo, che arrivò a mentire alla Presidenza del Consiglio sull’apertura della Sala operativa e per questo ha visto aggravarsi la sua posizione con l’accusa di falso.

La chiusura dell’indagine e tutte le accuse
C’è tutto questo alla base della tragedia di quasi due anni fa in Abruzzo, secondo il procuratore capo di Pescara Massimiliano Serpi e il sostituto Andrea Papalia, che hanno firmato le 45 pagine di avviso di conclusione indagini per 25 persone tra le 40 sotto accusa nell’inchiesta sulla valanga che travolse l’hotel Rigopiano ipotizzando a vario titolo 7 reati – tra i quali il disastro e l’omicidio colposo – e la violazione di diverse norme ambientali. Mentre tra le 15 persone che non compaiono più ci sono gli ex governatori Luciano D’Alfonso, Ottaviano Del Turco e Gianni Chiodi, oltre ai vari assessori che negli anni hanno avuto la delega alla Protezione Civile e la funzionaria che la sera del 18 gennaio ignorò l’allarme del ristorante Quintino Marcella.

“Con carta valanghe, hotel chiuso”
La Carta di localizzazione del pericolo da valanga, sostengono gli inquirenti al termine degli accertamenti dei carabinieri forestali che hanno ripercorso tutte le riunioni e le determine in merito risalendo fino al 1992, “avrebbe di necessità individuato nella località stessa in Comune di Farindola un sito esposto a tale pericolo” e quindi il Co.re.ne.va, il Comitato tecnico regionale per lo studio della neve e valanghe, che ha il compito di emettere le prescrizioni idonee, avrebbe “immediatamente sospeso ogni utilizzo nella stagione invernale” dell’hotel, “quanto meno in occasione dei bollettini valanghe di alto pericolo” almeno “fino alla realizzazione di idonei interventi di difesa”. Così sette dirigenti regionali all’epoca del disastro o negli anni precedenti – Pierluigi Caputi, Carlo Visca, Emidio Primavera, Vincenzo Antenucci, Carlo Giovani e Sabatino Belmaggio – “per negligenza, imperizia e imprudenza”, si legge nelle carte, “concorrevano nel cagionare” la morte delle 29 persone presenti a Rigopiano quando la valanga venne giù dal monte Siella.

“Nessun Prg e Piano emergenze totalmente silente”
Allarmi e moniti c’erano, ma sono stati tutti ignorati. Nessun pericolo valanghe segnalato formalmente, nessun controllo. Ed è anche così che ai titolari del resort si diedero i permessi nel 2006, nel 2007, nel 2008 e nel 2016 che “non sarebbe stato possibile rilasciare con conseguente impossibilità edificatorie”. Oltre al fatto che – sostiene sempre l’accusa – il Comune di Farindola, a causa dei sindaci “inerti e omissivi”, non si era dotato di un Piano regolatore generale che avrebbe “individuato nella località di Rigopiano un sito esposto a un forte pericolo di valanghe” anche “per le note vicende storiche” e “lasciava licenziare un Piano di emergenza comunale totalmente silente” sulla questione valanghe. Se “si fosse proceduto”, sostengono i magistrati, “tale situazione pericolosa sarebbe stata segnalata dal sindaco (…) al Co.re.ne.va” e di conseguenza l’albergo sarebbe stato chiuso “quantomeno in caso di allerta meteo per eccesso di neve”.

“La prefettura non attivò la Sala operativa”
Un’allerta che c’era in quei giorni e, nonostante questo, l’allora prefetto Francesco Provolo, l’ex capo di gabinetto Leonardo Bianco e la dirigente prefettizia Ida De Cesaris “diversamente da quanto comunicato – scrive la procura – omettevano di attivare quantomeno dalle 9 del 16 gennaio la Sala operativa della prefettura, comune alla Provincia, nonché il Centro coordinamento soccorsi”. Si trattava di strumenti, si legge nelle carte, che in quei giorni da allerta rossa per la neve erano “ormai assolutamente indispensabili per assicurare (…) una effettiva e piena conoscenza delle specifiche situazioni di emergenza”. Così Provolo, scrivono i magistrati, “invitava gli operatori a scendere nella sala della Protezione civile” solo dopo la riunione del Comitato per l’ordine pubblico del 18 gennaio alle 10, portando così il Centro coordinamento soccorsi alla “reale operatività” solo alle 13. Ad oltre 48 ore di distanza da quando era necessario, ad avviso degli inquirenti.

La “bugia” dell’ex prefetto
Eppure c’erano note inviate al ministero dell’Interno e alla Presidenza del Consiglio nelle quali si sosteneva che tutto era stato predisposto. Una “bugia”, secondo i magistrati, con la quale fornivano “la falsa rappresentazione di aver attivato” la sala operativa e il Centro di coordinamento dei soccorsi “contrariamente al vero”. Poi il 24 gennaio, come documentato dal Tgr Abruzzo della Rai, Provolo convocò una riunione in un magazzino del palasport di Penne ufficialmente di “coordinamento soccorso” ma che in realtà, come dimostra il verbale, servì per mettere nero su bianco cosa avrebbero fatto nelle ore precedenti e immediatamente successive all’allarme per la valanga. Chi c’era ha raccontato di tensione e toni accesi: “Uno dei partecipanti a un certo punto si ribella e si rifiuta di sostenere una versione falsa dei fatti accaduti” nelle ore più concitate. Quelle in cui la valanga stava per venir giù e oltre 40 persone erano dove non avrebbero dovuto.

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