“Verbale di riunione tecnica di coordinamento” c’è scritto nell’intestazione del documento firmato dall’allora prefetto di Pescara, Francesco Provolo. Eppure in quella riunione del 24 gennaio 2017 alla quale parteciparono il questore, il viceprefetto e i comandanti provinciali dei carabinieri, dei vigili del fuoco e della Guardia di finanza non si parla mai di attività in via di sviluppo sulle quali coordinarsi. Nelle quattro pagine del verbale i protagonisti discutono solo di quanto avvenuto sei giorni prima, nelle ore precedenti e immediatamente successive alla valanga che travolse l’hotel Rigopiano di Farindola, uccidendo 29 persone. Una riunione ufficiale convocata da Provolo e durata oltre due ore per la quale venne scelto un luogo inusuale, un magazzino per le acque minerali attiguo agli spazi ‘ufficiali’ del Centro operativo di Penne, la base dei soccorsi durante le giornate più difficili in Abruzzo per la concomitanza del terremoto e dell’emergenza neve.

Il verbale – È quanto ha ricostruito l’ultima inchiesta su Rigopiano di Ezio Cerasi, giornalista del TgR Abruzzo, in onda in questi giorni in tre puntate durante la trasmissione Buongiorno Regione. Le carte e le testimonianze dirette raccolte dalla Rai lasciano intendere che quella riunione venne convocata per mettere nero su bianco quanto fatto nelle ore precedenti alla tragedia che colpì l’Abruzzo. Mentre si svolgevano i primi funerali delle vittime e due persone erano ancora sepolte sotto le macerie dell’hotel di lusso, il prefetto Provolo – indagato nell’inchiesta che vede coinvolte 40 persone in quattro filoni – firma un verbale che tra le altre cose ricorda come il 16 gennaio, prima della valanga, “era stata disposta la convocazione del Comitato Operativo per la Viabilità (Cov), per un migliore monitoraggio delle arterie autostradali e della rete viaria provinciale“. Una “circostanza smentita nelle evidenze investigative”, scrivevano gli inquirenti a novembre 2017 supportati anche alla testimonianza del comandante della polizia stradale di Pescara, Silvia Conti. Nonché del comandante del reparto operativo dei carabinieri Gaetano La Rocca, dell’ingegner Giuseppe De Fabritiis e del geometra Claudio Casaccia dei vigili del fuoco, tutti membri del Cov. Eppure in quel verbale Provolo certifica l’esatto opposto.

La testimonianza – A ricostruire cosa avvenne nel corso di quella riunione è uno dei partecipanti, che accetta di parlare alla Rai dietro la garanzia dell’anonimato: “Mi fanno entrare nel retrobottega del palazzetto, in un deposito con una catasta di acque minerali – racconta la fonte – C’era una segretaria che verbalizzava e stavano facendo un verbale su quello che era successo il 18. Insomma un vero e proprio tavolo tecnico operativo”. Nel quale però di “tecnico” e “operativo” non c’è un bel niente, perché il briefing serve solo a ricostruire a posteriori una versione sulle ore precedenti la tragedia. E, racconta la fonte alla Rai, c’è tensione, i toni sono accessi e “uno dei partecipanti a un certo punto si ribella e si rifiuta di sostenere una versione falsa dei fatti accaduti” nelle ore in cui scatta l’emergenza.

Gli 87 minuti tra allarme ed emergenza – Un’emergenza diventata tale 87 minuti dopo rispetto al primo allarme, secondo la ricostruzione della tv di Stato basata sugli atti dell’inchiesta. È quello il tempo che passa tra il momento in cui nel Centro coordinamento soccorsi della prefettura di Pescara scatta l’allarme – sono le 19.30 – e l’istante (le 20.57) in cui l’operatore di sala informa la Dicomac, ovvero la Direzione comando e controllo del Dipartimento nazionale della Protezione civile di Rieti. Nonostante la direttiva 2008 sugli “Indirizzi operativi per la gestione per la gestione delle emergenze” chiarisca che, per assicurare l’impiego razionale e coordinato delle risorse, “è indispensabile che le componenti e le strutture operative di Protezione civile garantiscano l’immediato e continuo reciproco scambio delle informazioni, sia a livello territoriale che centrale – si legge nel testo pubblicato dalla Gazzetta ufficiale – avviando, in particolare, un rapido flusso di comunicazione con il Dipartimento della protezione civile”.

Gli elicotteri militari a terra – Nella seconda puntata in onda martedì mattina, Cerasi è tornato anche sulla questione degli elicotteri militari HH101 dell’Aeronautica militare, in grado di volare in qualsiasi condizioni meteo. Nella notte di Rigopiano quell’intervento venne negato dalla Dicomac senza consultare il comando delle operazioni aeree, come già documentato a gennaio da un’altra inchiesta di Cerasi. Che questa volta ha aggiunto un tassello, dimostrando come – lo scrive la stessa Aeronautica sul proprio sito – il soccorso aereo è garantito 24 ore su 24 e per 365 giorni all’anno “operando in qualsiasi condizione metereologica”. Ma in quella notte qualcuno alla Dicomac non contattò neanche il Comando delle operazioni aeree di Poggio Renatico.

I messaggi Whatsapp – Mercoledì, andrà in onda l’ultima puntata dell’inchiesta del Tgr Abruzzo durante la quale verranno svelati messaggi Whatsapp inediti scritti nelle ore precedenti alla tragedia e riconducibili a due vittime. Negli sms si parla dell’attesa di un elicottero per l’evacuazione preventiva dell’albergo isolato dalla neve. Qualcuno chiese effettivamente gli elicotteri o fu un modo per tranquillizzare i clienti spaventati dalle scosse di terremoto della mattina del 18 gennaio e in attesa dell’intervento di una turbina? Nelle scorse settimane, come riportato dal quotidiano Il Centro, il procuratore capo Massimiliano Serpi e il sostituto Andrea Papalia hanno dato incarico i carabinieri del Ris di analizzare la messaggistica sullo smartphone di Roberto Del Rosso, il proprietario dell’hotel Rigopiano, tra le 29 vittime della valanga. Vogliono capire se il 18 gennaio 2017 l’uomo scambiò o meno messaggi con esponenti politici e istituzionali per sollecitare un intervento di soccorso.

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