Riccardo Magherini era un ragazzo di 39 anni che viveva a Firenze. Ex calciatore della Fiorentina, figlio di Guido che aveva giocato negli anni gloriosi del grande Milan di Rivera, era una persona pulita, padre di famiglia e non aveva mai avuto a che fare con la Giustizia. Aveva un fratello più grande dalla somiglianza impressionante. Andrea.

Riky conduceva una vita assolutamente normale ed era amato e rispettato da tutti. Ma aveva un problema: la dipendenza dalla cocaina. Una dipendenza occulta, silente, come tantissimi assuntori hanno, che quella maledetta notte del 3 Marzo del 2014 si rese drammaticamente manifesta. Dopo una prima parte di serata trascorsa in modo assolutamente tranquillo la mente del povero Riky va in tilt. Non conosciamo quale sia stato il fattore scatenante ma Riccardo viene sopraffatto da una crisi di panico. Teme di essere ucciso. È convinto di essere inseguito da qualcuno che gli vuole sparare. Arriva in Borgo San Frediano chiedendo a gran voce di essere aiutato, di essere salvato. Vuole chiamare la Polizia, i Carabinieri. Letteralmente terrorizzato supplica chiunque incontra di salvarlo.

Le sue richieste di aiuto non rimangono inascoltate e, mentre lui si trova seduto sul marciapiede esausto e in lacrime, arrivano finalmente i Carabinieri. Riky allora va verso di loro. Si inginocchia di fronte a loro pregandoli di non fargli del male e di chiamare la Polizia. I militari comprendono subito la situazione critica e delicata di quella persona e tentano di rassicurarlo. Riccardo si alza e ne abbraccia, grato, uno. Ma qualcuno di loro gli dice che deve andare in caserma con loro. Aveva appena preso di mano da un pizzaiolo del luogo un cellulare per chiamare la Polizia convinto che qualcuno gli avrebbe sparato di lì a poco. Lo restituisce spontaneamente continuando a urlare tutto il suo terrore.

Sente parlare di caserma e si sente, nel suo panico delirante, ancor più in pericolo. I militari sono in 4 e lo circondano. Lui fa come uno scatto e tenta di scappare. Viene preso e ne nasce una violenta colluttazione perché Riky è convinto di dover lottare per la sua vita. Si divincola e non colpisce nessuno volontariamente. Viene subito sopraffatto e costretto a terra in posizione prona, faccia a terra per essere ammanettato. Riky chiede aiuto con voce sempre più forte e disperata tentando di muoversi ma i carabinieri non allentano la presa. Sono numerosi i residenti che, attratti da quel trambusto e dalle sue urla disperate, si affacciano alle finestre. Qualcuno, comprendendo che sta accadendo qualcosa di grave, prende il cellulare per filmare la scena. Un gruppetto di passanti si ferma a un paio di metri da terribile scena. Riky, mentre si trova steso e immobilizzato, viene preso a calci. Qualcuno ne sente il rumore. Lui urla di dolore “Ahia! Ahia!”.

Alcuni intervengono intimando i carabinieri di smettere di prenderlo a calci. Più di una voce dei cittadini presenti chiede a gran voce ai Carabinieri di chiamare l’ambulanza. Anche Riky lo chiede. La sua voce si fa sempre più affannosa e flebile. Il colorito del volto si fa cianotico, inizia a emettere dei rantoli. Mentre uno dei carabinieri si alza da quella presa per andare a chiedere i documenti a uno degli astanti che più aveva protestato per quei calci, Riccardo Magherini pronuncia quelle che saranno le sue ultime parole: “Aiuto! Aiuto! Sto morendo! Sto morendo! Aiuto… c’ho un figliolo!”. Riceve un altro calcio e poi si cheta. Per sempre. I carabinieri non molleranno quella presa fino all’arrivo dei volontari del 118, una manciata di minuti più tardi. Questi ultimi riferiranno di essere stati ostacolti, nel loro intervento di soccorso, proprio da quella presa dei Carabinieri su Riccardo che così muore.

La Corte d’Appello di Firenze, dopo aver esaminato le testimonianze e, soprattutto, visionato i filmati girati dai presenti e acquisiti agli atti, non ha dubbi. Conferma le condanne già pronunciate dal Tribunale di Firenze. L’altro ieri la quarta sezione della Cassazione ha annullato tutto, con sorpresa di tutti, difensori degli imputati compresi, assolvendo gli imputati “perché il fatto non costituisce reato”. Una decisione con una forma che non era stata nemmeno chiesta dai loro difensori. Non sussisterebbe l’elemento psicologico a carico dei Carabinieri imputati perché o non potevano accorgersi di quanto stava accadendo a Riccardo – e cioè che stava morendo asfissiato sotto di loro – oppure (peggio) perché hanno semplicemente fatto il loro dovere non avendo in quel momento alcuna posizione di garanzia sulla salute e sulla vita di quel “soggetto” arrestato.

Sono un essere umano prima che un avvocato. Provo tanta amarezza. Nel mio intimo percepisco questa sentenza clamorosa e inaspettata, anche per la modalità della sua pronuncia, come una prova di forza dell’Autorità nei confronti dei cittadini tutti, quelli vittime di abusi, dopo quanto sta accadendo nel processo per la morte di Stefano Cucchi. Ma sicuramente mi sbaglio. Quello che posso dire che attendo con ansia di conoscere le motivazioni di una sentenza che uno dei difensori dei carabinieri ha auspicato possa fare giurisprudenza, evidentemente consapevole della sua eccezionalità.