L’ex capo della squadra mobile di Roma Renato Cortese, attualmente questore di Palermo, e l’allora responsabile dell’ufficio immigrazione Maurizio Improta – ora questore di Rimini – sono stati rinviati a giudizio dal gup di Perugia per l’espulsione dall’Italia di Alma e Aula Shalabayeva, moglie e figlia del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov. Stesso provvedimento per il giudice di pace Stefania Lavore e per quattro poliziotti coinvolti a eccezione di Laura Scipioni prosciolta “perché il fatto non costituisce reato”. Prosciolti anche i tre funzionari dell’ambasciata del Kazakistan per i quali è stata riconosciuta l’immunità diplomatica. Le indagini per falso in atto pubblico, omissioni, abuso d’ufficio, sequestro di persona, reati contestati a vario titolo erano state chiuse due anni fa. L’espulsione dal territorio italiano della donna e della figlia era annullata dalla Cassazione perché “era viziata da illegittimità originaria”.

Le due cittadine kazake furono prelevate dopo una irruzione nell’abitazione di Casal Palocco il 29 maggio 2013 dove la donna risiedeva, effettuata dalle forze dell’ordine. La polizia cercava suo marito e non per finalità di prevenzione e repressione dell’immigrazione irregolare. Il caso aveva poi coinvolto il ministro dell’Interno Angelino Alfanooggetto di interrogazioni e di una mozione di sfiducia, poi respinta dal Parlamento. I poliziotti non trovarono Ablyazov e dopo un velocissimo iter giuridico-amministrativo la donna e la figlia furono caricate su un aereo privato messo a disposizione dalle stesse autorità di Astana. Un’operazione dai contorni drammatici come poi raccontato dalla donna nel suo diario. A luglio 2013, in seguito alle polemiche per l’operazione, si era dimesso il capo di gabinetto del ministero dell’Interno Giuseppe Procaccini (“Per senso delle istituzioni”). Procaccini, secondo le ricostruzioni, aveva infatti incontrato l’ambasciatore kazako Andrin Yelemessov per parlare dell’oppositore Ablyazov.

Il reato di sequestro era contestato all’ex ambasciatore Andrian Yelemessov e due funzionari (che godono dell’immunità diplomatica, dunque non sono processabili), per quanto riguarda gli italiani, gli altri reati vengono contestati agli operativi, come se di fatto avessero ubbidito a un ordine venuto da rappresentanti stranieri. Al giudice di pace veniva contestato di non aver messo nero su bianco la richiesta di asilo politico della donna che aveva un passaporto intestato con nome falso per motivi di sicurezza e si era dichiarata russa al momento dell’irruzione. Gli agenti invece della Mobile, secondo l’ipotesi accusatoria, ingannarono i colleghi dell’Ufficio immigrazione e i magistrati che diedero il via libera all’espulsione della donna e di una bambina di  6 anni. Non solo: ci sarebbe stata anche la falsificazione dei documenti per velocizzare la procedura: “Mi dissero che dovevo lasciare la bambina a un ucraino che lavorava per noi. Dissi che preferivo portare mia figlia con me. Ci fecero salire su un aereo – aveva raccontato la donna – senza documenti né passaporto. Era un aereo privato e molto lussuoso. Dopo sei ore di volo atterrammo ad Astana“.

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