Cosa nostra stava cercando di accedere ad un bando per la realizzazione di un progetto contro la ludopatia. Lo ha scoperto la procura di Messina guidata da Maurizio de Lucia, che grazie alle indagini del Ros dei carabinieri ha arrestato otto persone. Sono accusate di  associazione mafiosa, traffico di influenze illecite, estorsione e turbata libertà degli incanti, aggravati dall’avere agevolato il gruppo Romeo-Santapaola.

Al centro dell’inchiesta c’è la collaborazione del pentito Biagio Grasso che ha ricostruito l’organizzazione del clan e gli interessi anche nel settore della gestione dei farmaci tra la Sicilia e la Calabria col progetto della creazione di un ‘hub‘ a Milazzo. Il gruppo, inoltre, aveva promesso ventimila euro a titolo di acconto da corrispondere ad un funzionario della società Invitalia per ottenere l’inserimento di un progetto contro la ludopatia in una graduatoria che avrebbe dovuto consentire di ricevere un finanziamento di circa 800mila euro, di cui il 40-50% a fondo perduto. Contestata anche la turbativa d’asta commessa da un dipendente dell’ufficio urbanistica del comune di Messina, nell’interesse del gruppo, alterando la gara d’acquisto di alloggi da assegnare ad abitanti delle novantacinque baracche della zona di Messina chiamata”Fondo Fucile”.

Il gip della città sullo Stretto, accogliendo la richiesta del procuratore De Lucia, ha disposto anche il sequestro preventivo della Bet srl, società con sede a Catania, operante nel settore dei giochi e delle scommesse. “Gli interessi della criminalità organizzata in tale lucroso settore emergono, inoltre, i maniera eclatante, da una conversazione ambientale registrata nel 2014, nel corso della quale Vincenzo Romeo affermava: A Trapani lo ha per dire il nipote di Matteo (cioè Matteo Messina Denaro), là ce l’hanno quelli la, i Graviano, quello là per dire Totò Riina …dove, il genero di coso, no vero, la figlia di Lo Piccolo aveva il tabacchino con la Better, no, no vero”, spiegano gli investigatori.

Particolarmente rilevante l’infiltrazione nel settore della distribuzione di farmaci, che ha visto confermati i legami tra il gruppo Romeo con il clan catanese dei Santapaola. Gli investigatori hanno documentato una cena tenutasi a Messina nel 2014, a cui avrebbero partecipato i vertici della società interessata ed esponenti del sodalizio, tra cui Romeo che, nell’occasione, sarebbe stato presentato come “un imprenditore in vari settori e parente diretto di Nitto Santapaola, con interessi economici a Messina, Catania ed in buona parte della Sicilia Orientale”. Tra i progetti del gruppo, la creazione di un hub per la distribuzione di farmaci nell’hinterland di Milazzo (Messina), che avrebbe aumentato esponenzialmente le potenzialità di intervento nello specifico settore. Addirittura, in una circostanza, confermata dall’interessato, ad un farmacista in difficoltà poiché in debito la società fornitrice, sarebbe stato ”consigliato” di “farsi prestare i soldi dalla malavita”.

È emerso, infine, che il sodalizio aveva “la capacità di incidere anche sull’espressione del voto in alcune zone della città di Messina. Emblematica, a tal fine, l’affermazione di Francesco Romeo, captata nel 2015 dalle intercettazioni, che, dialogando col figlio Vincenzo, commentava le vicende elettorali di uno dei destinatari dell’odierna misura cautelare che, all’epoca, si era candidato alle elezioni amministrative: “se non era per noi altri i voti dove li prendeva nella funcia… (nel muso, ndr) “le casette” tutti me li hanno dati i voti”. Le persone arrestate sono Antonio Lipari, Salvatore Lipari, Giuseppe La Scala, Giovanni Marano, Michele Spina, Ivan Soraci, Salvatore Parlato, e Maurizio Romeo.