Il condono che condona i vecchi condoni va interpretato analizzando due numeri: 64mila e 26mila, rispettivamente i residenti di Ischia e le pratiche di sanatoria edilizia, alcune delle quali giacciono nei cassetti dei comuni isolani dal lontano 1985, anno del primo provvedimento voluto dal governo Craxi. Verosimilmente si tratta di una casa illegale a famiglia: con questa proporzione, il problema abusivismo a Ischia ha contorni anche e sopratutto sociali. Una questione che evidentemente non si risolve con la quarta sanatoria in 33 anni. “Intanto bisogna correggere una legge che mette a repentaglio la vita delle persone” dice a ilfattoquotidiano.it Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, associazione che per prima ha denunciato le storture del provvedimento pro Ischia inserito nel Dl Genova.

Come si evita questo rischio?
Non con l’articolo 25 del Dl Genova, secondo cui tutte le 26mila pratiche devono essere valutate con i criteri a maglie larghe del condono Craxi del 1985. Così facendo, verrebbero sanate abitazioni che il condono Berlusconi del ’94 aveva dichiarato insanabili perché costruite in zone a rischio idrogeologico. Se la legge passa così com’è, non solo si potranno ricostruire, ma a pagarle sarebbe lo Stato. Con i soldi dei contribuenti, quindi, si permetterebbe di mettere a nuovo case abusive realizzate sotto una collina che magari frana alla prossima pioggia torrenziale, con enorme pericolo per chi ci va ad abitare. Il riferimento alla sanatoria Craxi va tolto subito.

Ciò non toglie che le pratiche esistenti vanno comunque valutate.
Ma questa legge non velocizza per niente l’iter burocratico. Nei cassetti ci sono domande del 1985: come si può pensare che ora si risolve tutto chiedendo ai comuni interessati di sbrigarsi in sei mesi?

E allora cosa bisogna fare?
Uno stanziamento consistente per i tre comuni interessati, che con quei soldi devono costituire dei gruppi tecnici di lavoro: per sei mesi vanno assunti ingegneri e geometri che, insieme ai tecnici locali, analizzano tutte le pratiche. Solo così si può velocizzare l’iter della burocrazia.

Il problema sociale dell’abusivismo resta.
Ma anche i precedenti condoni restano: non ci piacciono, ma ormai sono leggi dello Stato e come tali vanno rispettate. Ciò significa che le 26mila pratiche devono essere valutate per forza, ma ognuna secondo la legge a cui fa riferimento in termini cronologici. Per le case realizzate fino al 1985 con il condono Craxi, per quelle edificate fino al ’94 col primo condono Berlusconi e successivamente col secondo condono Berlusconi. Ripeto: bisogna garantire la sicurezza delle persone, quello di oggi è un condono che supera quelli precedenti e mette a rischio gli abitanti. Senza riferimenti alla sanatoria del 1985, invece, alcune abitazioni in zone pericolose non potranno essere ricostruite.

E chi ci ha abitato fino a prima del terremoto dove va a finire?
Tocca al governo trovare una soluzione, magari decidendo di investire in edilizia popolare in zone dove si può costruire.

È la soluzione prospettata da Legambiente?
Assolutamente no. Per noi l’esecutivo deve evitare di approvare un condono che faccia riferimento alla legge Craxi, poi deve permettere di valutare celermente tutte le 26mila pratiche ognuna secondo le tre leggi di riferimento e successivamente capire quante case sono sanabili e quante no.

E poi che si fa?
Non si può dire se prima non si capisce l’entità del fenomeno.

Ma c’è una soluzione alternativa al condono?
Purtroppo negli ultimi 30 anni in Italia nessun governo ha pensato a piani di edilizia popolare per far fronte alla richiesta crescente di abitazioni, come hanno fatto in tutti i paesi civili. Noi non lo abbiamo fatto e abbiamo lasciato ai privati la libertà di realizzare case spesso fatte male in zone in cui non potevano essere costruite. Se continuiamo a pensare che il problema si sana con altri condoni, aumenterà l’abusivismo. È successo nel 1985, nel 1994 e nel 2003: appena si pronuncia la parola condono si accendono le betoniere degli abusivi, che iniziano a costruire pensando che tanto prima o poi arriverà un’altra sanatoria. Tendenza inversa, invece, quando sono aumentati gli abbattimenti.

Insomma, come se ne esce?
Centralizzando le competenze degli abbattimenti, che non vanno lasciati in mano ai comuni perché sono vittime del ricatto elettorale. Questo compito deve essere in mano allo Stato, che attraverso i prefetti ordina l’abbattimento delle costruzioni abusive.

Altro tema: nella ricostruzione è previsto il rispetto di particolari criteri? Ovvero: le case da rifare dovranno essere antisismiche, ecocompatibili, ecc?
No, nessun criterio previsto. Ma il problema principale, per noi, resta la possibilità di ricostruire in zone ad altissimo rischio idrogeologico.

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