Né Amadou né nessun altro leggerà mai la sentenza sul suo ricorso. Il 22 enne gambiano si è ucciso prima che venisse emessa. L’udienza del suo ricorso si è svolta il 12 ottobre e lui non è stato invitato a parlare o ad assistervi, come ormai molto spesso accade.

A differenza di quanto riportato dalle prime notizie, Amadou non era ancora precipitato nella situazione di irregolarità. E anzi aveva già lavorato alcune volte nei campi attorno a Castellaneta, con altri connazionali, in un contesto difficile sì, ma nel quale comunque vengono fatti e formalizzati dei contratti part time o a tempo determinato. Quegli stessi contratti che fino a pochi giorni fa, venivano considerati da molte commissioni e da molti giudici come un motivo determinante per concedere il permesso di soggiorno umanitario di due anni (poi prolungabile in presenza di contratti di lavoro).

L’esito del ricorso dunque non c’era ancora, ma una cosa era chiara ormai nell’ambiente in cui viveva attualmente il giovane gambiano. Quella stessa cosa che la maggioranza degli italiani, anche dei cosiddetti solidali, non ha capito perché non è entrata ancora nei riflettori dei media. E cioè che non c’è più il permesso umanitario, quello che veniva fino a pochi giorni fa concesso sulla base di un insieme di fattori diversi bilanciati ed esaminati con buon senso e dei quali faceva parte il livello di integrazione, l’inizio già verificato di ingresso nel mondo del lavoro.

Adesso anche se trovi un contratto a tempo pieno e a tempo indeterminato non conta più nulla. Si guarda solo alla possibilità di dimostrare di essere perseguitati nel proprio Paese ( per la maggioranza degli attuali richiedenti asilo è molto difficile dimostrarlo, anche quando è così) o alla dimostrazione di gravi malattie. Non ci sono ancora statistiche sui bocciati col nuovo decreto, ma è in questo clima e in questa consapevolezza che sono maturate la depressione fulminante e poi il suicidio di Amadou. Non si faceva illusioni, non prevedeva nulla di buono, non ha neanche aspettato l’esito della udienza del 12 ottobre.

Enzo Pilò è il presidente della Associazione Babele, con la quale Amadou era entrato in contatto, anche se indiretto. Non era un ospite ma solo un frequentatore diurno della loro struttura di accoglienza. “Il clima tra i nostri beneficiari, da quando è entrato in vigore il decreto, è di cupezza, preoccupazione, paura. Con i percorsi di integrazione e i permessi umanitari eravamo riusciti a regolarizzare e/o a dare una speranza a molti. Adesso sta saltando tutto. Potete immaginare l’ulteriore abbattimento derivato da questo suicidio. D’altra parte siamo positivamente colpiti dalla ondata di solidarietà, successiva al nostro appello per riportare a casa la salma. Se la Regione Puglia riuscirà davvero a coprirci la spesa per il viaggio delle pompe funebri, destineremo il resto a progetti di solidarietà”.

Speriamo – aggiungo io – che questo sacrificio serva almeno a far prendere coscienza di uno stato di cose assurdo e insostenibile. La vicenda di Amadou dimostra che il problema è politico e legislativo prima che economico. Certo non era un benestante ma in qualche modo aveva un letto in una casa e possibilità di sussistenza: ma a lui come a decine di migliaia di migranti era stata, (è stata, vorrei sperare momentaneamente) tolta la speranza di poter vivere legalmente in Italia. Non credo ci sia tanto un timore concreto di essere espulsi, quanto la comprensibile impossibilità di accettare una condizione di clandestinità: pesante, crudele, incomprensibile.

Ci vuole una soluzione, subito.