Abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, 3,5 milioni di euro in più in tre anni al fondo per i rimpatri, revoca della cittadinanza italiana ai cittadini stranieri che rappresentino una minaccia per la sicurezza nazionale. Sono alcuni tra i principali provvedimenti contenuti nell’ultima bozza del Decreto immigrazione fortemente voluto dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Una proposta che dovrà passare al vaglio delle Camere e che ha come obiettivo primario quello di favorire i rimpatri di immigrati e diminuire il numero di permessi di soggiorno rilasciati ogni anno. I piani dell’esecutivo, però, dovranno fare i conti, oltre che con la discussione e il voto in Parlamento, con le direttive dell’Ue in materia di immigrazione, accoglienza e diritto d’asilo, con la Costituzione e con gli scarsi fondi a disposizione.

Abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari – Nel testo del decreto, composto da 15 articoli, si legge che si “elimina la possibilità per le Commissioni territoriali e per il Questore di valutare, rispettivamente, la sussistenza dei ‘gravi motivi di carattere umanitario‘ e dei ‘seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano'”. Questo significa che, nella bozza, si chiede di togliere la possibilità ai due istituti predisposti al rilascio del permesso di svolgere questo compito, quindi abrogando, di fatto, il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Esistono tre forme di protezione internazionale: l’asilo politico, che conferisce lo status di rifugiato a chi dimostri il rischio concreto di subire nel proprio Paese una persecuzione personale secondo quanto riconosciuto dalla Convenzione di Ginevra; la protezione sussidiaria, rilasciata dalla Commissione Territoriale di competenza nel caso in cui la persona non riesca a dimostrare di aver subito una persecuzione personale, ma tuttavia dimostri il rischio di subire un danno grave se tornasse nel suo Paese di provenienza; e, appunto, il permesso di soggiorno per motivi umanitari, rilasciato quando non si hanno i requisiti per l’asilo politico o per la protezione sussidiaria, ma esistano seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali (salute, instabilità politica, guerre, persecuzioni), per dare la protezione. Il permesso è rilasciato dalla Questura su richiesta della Commissione territoriale che ha valutato la situazione del richiedente asilo. Togliendo ai due soggetti questa competenza, di fatto si rende impossibile la concessione della protezione umanitaria.

Nel cosiddetto decreto migranti si precisano anche le motivazioni dietro a questa proposta: si parla infatti di una “sproporzione tra il numero di riconoscimenti delle forme di protezione internazionale espressamente disciplinate a livello europeo (nell’ultimo quinquennio, status di rifugiato: 7%; protezione sussidiaria: 15%) e il numero dei rilasci del permesso di soggiorno per motivi umanitari (25%, aumentato fino al 28% per l’anno in corso)”. La protezione umanitaria è infatti il principale canale di accesso a un permesso di soggiorno temporaneo per i richiedenti asilo: su 81.527 domande d’asilo esaminate nel 2017, ne sono state accolte 33.873 (41,5%), di cui 6.827 status di rifugiato, 6.880 protezioni sussidiarie e 20.166 protezioni umanitarie. E’ su queste 20.000 persone all’anno che il governo vuole attuare i propri tagli. Resta da capire quanto margine di manovra avrà il ministero, tenendo conto delle direttive comunitarie e dell’articolo 10 comma 3 della Costituzione sul diritto d’asilo.

3,5 milioni di euro in più al fondo per i rimpatri. Altro obiettivo primario è quello di aumentare il numero dei rimpatri verso i Paesi di origine o provenienza. Tralasciando il fatto che questo implica l’esistenza di accordi con gli Stati in questione e la certezza che l’incolumità delle persone rimpatriate non sia a rischio, per realizzare i piani sbandierati in campagna elettorale dal ministro Salvini (500mila rimpatri di irregolari, ndr) serviranno molti più soldi. Probabilmente, è un obiettivo irrealizzabile, come ammesso anche dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, intervistato da Peter Gomez alla Festa del Fatto Quotidiano. Questa ultima iniezione da 3,5 milioni di euro nel fondo per i rimpatri (500mila euro per l’anno 2018 e 1,5 milioni per ciascuno degli anni 2019 e 2020) segue lo spostamento di 42 milioni dal fondo per l’accoglienza a quello per i rimpatri disposto a luglio sempre dal capo del Viminale.

Le stime del costo di un singolo rimpatrio variano tra i 4mila e i 10mila euro. Secondo la previsione più ottimistica (al costo di 4mila euro l’uno), quindi, i 3,5 milioni andrebbero a finanziare non più di 875 rimpatri. Al costo di 10mila euro l’uno, invece, i rimpatri sarebbero 350. In tre anni. Per poter realizzare l’obiettivo che il ministro Salvini si è posto, invece, servirebbero investimenti tra i 2 e i 5 miliardi di euro, cifra dalle cinque alle tredici volte superiore rispetto ai fondi stanziati dall’Unione europea con il Fondo asilo migrazione e integrazione 2014-2020 (circa 380 milioni di euro) che finanzia sia i rimpatri che i piani di accoglienza e integrazione.

Revoca della cittadinanza e “Unità Dublino” sul territorio. Il provvedimento, infine, introduce anche la revoca della cittadinanza italiana “concessa ai cittadini stranieri che rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale, avendo riportato condanne per gravi reati commessi con finalità di terrorismo o eversione“. L’intervento normativo, continua la bozza, “mira a consentirne l’allontanamento dal territorio nazionale, altrimenti precluso dall’acquisizione dello status di cittadino italiano, e si rende necessario e urgente nell’ambito delle politiche di prevenzione della minaccia terroristica anche connessa al fenomeno dei cosiddetti foreign fighters“.

Infine, con l’obiettivo di “ottimizzare e velocizzare le procedure”, nel testo si prevede “la possibilità di istituire, presso alcune prefetture, articolazioni territoriali dell’’Unità Dublino‘ già operante presso il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno”. La cosiddetta Unità Dublino ha il compito di determinare lo Stato membro dell’Ue competente dell’esame della domanda d’asilo presentata in uno degli altri Stati membri da un cittadino di un Paese terzo (o apolide) e di svolgere tutte le relative attività strumentali di supporto e relative al contenzioso. Un provvedimento che appare ridondante, visto che che la quasi totalità delle richieste d’asilo avviate da immigrati arrivati sulle coste italiane, proprio secondo la normativa di Dublino, è di competenza del primo Stato d’arrivo, cioè l’Italia. Inoltre, il vero ingorgo giudiziario si crea nella fase successiva, quella di studio e riconoscimento o respingimento delle richieste.