Correvano gli Anni Sessanta. I miei andavano a Monesiglio a trovare gli zii (noi Balocco deriviamo da lì). Io, non sapendo che fare (gli adulti mi annoiavano), un giorno andai a fare due passi nella campagna intorno e mi avventurai fin sulla riva del fiume Bormida. Lo dico sempre che la visione di quell’acqua che aveva mille lucidi colori meno quello naturale che avrebbe dovuto avere fu uno degli stimoli che mi fece diventare ambientalista.

Trascorrono circa cinquanta anni ed in una busta in pluriball mi giunge a casa con tanto di bella dedica Il fiume rubato di Alessandro Hellmann, la storia di oltre un centinaio di anni di lotte dentro e fuori l’Acna di Cengio, ma anche la storia di quel fiume che l’Acna aveva inquinato. Ci impiego solo due ore a leggere le 121 pagine. Riferisco ad Alessandro che è come un thriller, anche se in questo caso se ne conosce la fine. L’Acna ha infine chiuso, ma a che prezzo? Quanti i morti di tumore? A quanti il lavoro ha procurato oltre al reddito la morte? Non si saprà mai. i morti di Cengio sono come i morti di Casale Monferrato (per citare un’altra fabbrica della morte in Piemonte). O quelli dell’Ilva di Taranto; invisibili. Non sono come quello che cade dall’impalcatura di cantiere. Quelli sono morti che il padrone, che i sindacati, che la politica tendono a coprire. Perché è questo che è successo: tutti d’accordo nel difendere i posti di lavoro, anche se era un lavoro omicida.

Ma Il fiume rubato è anche una bellissima narrazione di lotte, dentro la fabbrica da parte di alcuni operai, fra il quali il prete Angelo Billia, ma anche e soprattutto fuori dalla fabbrica, da parte di quei contadini che il lavoro invece non lo avevano più proprio a causa di quel fiume di veleni che scorreva nelle campagne e non permetteva più di coltivare. E non era giusto che perdessero il lavoro, così come non era giusto che si morisse in fabbrica. Ma la giustizia dov’era? A chi oggi afferma che i giudici sono i custodi delle leggi, io rispondo “ma dove vivete?”. I giudici sono uomini e come tali si comportano, in base alle idee che hanno. E la legge si presta ad essere interpretata ed applicata a piacimento. Anche in un caso così eclatante come quello delle morti in fabbrica e della morte di un fiume.

Ma la storia dell’Acna e delle lotte che la caratterizzarono è anche la storia emblematica della violenza del potere costituito, in generale. Che sia padronato, che sia politica, che sia magistratura, che siano forze dell’ordine. E, da questo punto di vista (ben intesi, solo da questo) richiama mille altre lotte combattute contro le ingiustizie (un po’ come la locomotiva di Guccini), come, ai giorni nostri, quella contro la Tav in val di Susa. Così come i morti del crollo del ponte Morandi mi sembra che richiamino sempre il triste accordo fra capitale e politica. È la storia che si ripete, non propriamente sempre uguale, anche se sempre uguali sono gli interessi comuni e la morte che ne consegue. Quella degli operai, quella delle trote, quella delle falde acquifere.

Erano gli Anni Sessanta, ero sulla riva del Bormida, e non ero già più bambino.