Un’infrastruttura caratterizzata nel 2009 da “assoluta sicurezza e stabilità“, su cui l’azienda “ha più volte fornito garanzie”. Che solo due anni più tardi, nel 2011, è descritta come afflitta da “intenso degrado” ed è quindi “da anni oggetto di una manutenzione continua“. E’ il modo in cui in soli 24 mesi è evoluto il giudizio di Autostrade per l’Italia sul ponte Morandi, crollato ieri a Genova causando la morte di almeno 37 persone

Il tema è quello della costruzione della Gronda di Ponente, nuovo tratto autostradale in grado di garantire il raddoppio dell’esistente A10 nel tratto di attraversamento del comune di Genova, dalla Val Polcevera fino all’abitato di Vesima. Una bretella che fa parte del progetto di potenziamento della viabilità del capoluogo, destinato nei progetti di Apsi – che ha in concessione l’autostrada A10, ne cura la manutenzione e fin dalle ore successive alla tragedia è finita sotto accusa – di “migliorare le condizioni di circolazione sulla rete esistente”, “sostenere la crescita economica”, “migliorare la sicurezza stradale” e “offrire un’alternativa all’unico asse autostradale ligure”. Un tema che scatena un aspro confronto politico, confluito nove anni fa in un progetto di democrazia partecipativa: il dibattito pubblico tenutosi nel capoluogo a tra il 1° febbraio e il 30 aprile 2009.

Nella “dichiarazione” ufficiale con cui ha contribuito al processo datata 29 maggio 2009, Autostrade per l’Italia afferma che l’opera non presenta problemi di carattere strutturale: “In più occasioni durante il dibattito è stato ventilato il tema della presunta vetustà del viadotto Morandi – si legge al punto 2.1.2.5, nella seconda parte della relazione conclusiva – Aspi più volte ha fornito garanzie sull’assoluta sicurezza e stabilità dell’opera, la quale, dopo essere stata sottoposta ad un importante intervento di manutenzione straordinaria negli anni ’90, abbisogna soltanto, come tutte le opere di un certo rilievo, di una costante manutenzione ordinaria con costi standard (circa 250.000 euro per anno)”. E a sostegno della tesi i compilatori allegavano nella pagina successiva del report un’inchiesta del Secolo XIX, in cui un intervistato – tale “ingegner Meta” – riferisce che “il viadotto non è pericoloso. Dopo gli interventi degli anni Novanta, il mio parere è che possa star su altri cent’anni“.

Soli due anni più tardi il tono ottimistico si dissolve nel quadro a tinte fosche tracciato nella Relazione Generale Sinottica dello Studio di Impatto Ambientale del Nodo stradale e autostradale di Genova, datata maggio 2011. Nel quale, tra le varie possibilità, l’azienda prende in considerazione anche quella della demolizione del ponte: “Il volume raggiunto dal traffico provoca un intenso degrado della struttura, in quanto sottoposta ad ingenti sollecitazioni. Il viadotto è quindi da anni oggetto di una manutenzione continua“. Temi sollevati da diverse interrogazioni parlamentari. Qual è il “volume raggiunto di traffico” che provoca questi problemi? “Il viadotto Polcevera (Ponte Morandi)”, “il tratto più trafficato” della rete autostradale locale “con 25,5 milioni di transiti l’anno” è “caratterizzato da un quadruplicamento del traffico negli ultimi 30 anni e destinato a crescere, anche in assenza di intervento, di un ulteriore 30% nei prossimi 30 anni”.