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‘Ndrangheta, il rampollo del clan Tegano dai domiciliari al carcere: “Era agli arresti ma telefonava e chattava”

Per violazione degli obblighi imposti dai domiciliari, il giudice ha aggravato la misura cautelare per Giovanni Tegano, rampollo di uno dei più importanti casati di ‘ndrangheta di Reggio Calabria. Il giovane, omonimo del boss ergastolano (che è suo zio), era stato arrestato per violenza privata aggravata dalle modalità mafiose
‘Ndrangheta, il rampollo del clan Tegano dai domiciliari al carcere: “Era agli arresti ma telefonava e chattava”
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Dai domiciliari al carcere il passo è breve. Soprattutto se mentre si è agli arresti casalinghi si usa il telefono. È quello che ha fatto Giovanni Tegano, rampollo di uno dei più importanti casati di ‘ndrangheta di Reggio Calabria. Dalla sua abitazione chiamava e chattava come se nulla fosse, riuscendo a mettersi in contatto con l’esterno. Per violazione degli obblighi imposti dai domiciliari, il giudice ha aggravato la misura cautelare e ha disposto il carcere.

Per quelle chat e quelle videochiamate, che la squadra mobile di Reggio Calabria ha intercettato in queste settimane, il rampollo di Archi è dunque finito dietro le sbarre. Il giovane, omonimo del boss ergastolano (che è suo zio), era stato arrestato per violenza privata aggravata dalle modalità mafiose. Spalleggiato da altri “teganini” (così vengono chiamati a Reggio, ndr), Giovanni Tegano aveva pestato un avvocato che aveva osato dirgli di stare attento a come stava parcheggiando la sua auto. “Ma sai chi sono? Io sono Giovanni Tegano”, era stata la sua risposta prima di aggredirlo fuori da un locale nel centro di Reggio Calabria. Un semplice consiglio da parte del giovane avvocato aveva scatenato l’ira di Tegano che, dopo avere inveito nei suoi confronti, ha utilizzato la chiave dell’autovettura spingendola contro il collo della vittima.

Tegano, adesso, attenderà il processo in carcere. Il suo nome è legato anche alle vicende della squadra Archi Calcio (di cui era il capitano prima di essere arrestato) che milita in prima categoria. Nelle settimane scorse, il questore Raffaele Grassi ha decimato la squadra emettendo 10 provvedimenti Daspo nei confronti di 5 giocatori e di altrettanti tifosi uno dei quali minorenne. La linea dura si è resa necessaria in un territorio dove la ‘ndrangheta utilizza il pallone come strumento per creare consenso. Ogni partita si trasformava in una rissa provocando apprensione per tutti gli avversari che dovevano giocare ad Archi nell’ultimo campionato. In campo scendevano i teganini ma anche qualche figlio di boss della cosca De Stefano. Già la prefettura aveva disposto che le gare si sarebbero svolte su campi neutri.

Ma anche questa misura non ha impedito il verificarsi di azioni violente come quella del 27 maggio scorso quando un gruppo di calciatori della Vigor Lamezia è stato aggredito con calci e pugni. Anche sul fronte sportivo, i teganini sono attivi sui social. Su facebook, infatti, è circolato un video in occasione di una cena tra dirigenti, allenatori e calciatori dell’Archi Calcio. “E dai Tegano facci un goal”. Era uno dei cori all’interno dello spogliatoio che poi scadeva in frasi contro le forze dell’ordine: “Noi gli sbirri non li vogliamo”. E ancora: “Chi non salta un celerino è”.

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