“Questo è un problema di mafia, non di manodopera in nero e di caporalato”. I 16 braccianti stranieri morti tra sabato e lunedì sulle strade della provincia lo hanno convinto a scendere fino a Foggia e nella conferenza stampa di martedì Matteo Salvini ha tagliato i concetti, sgrossato gli spigoli. “Lo sfruttamento del lavoro agricolo non può essere ridotto a un problema di mafia”, risponde Yvan Sagnet, che oggi è a Foggia al corteo dell’Usb, la Marcia dei berretti rossi cui hanno aderito Flai Cgil, Fai Cisl e Uila Uil. Nel 2011 fu tra i promotori del primo sciopero dei braccianti stranieri nelle campagne di Nardò, sempre in Puglia. Uno spartiacque nella storia delle lotte sindacali in Italia.

“La questione del caporalato non nasce con la criminalità organizzata – racconta il sindacalista – è una questione strettamente legata al lavoro e riguarda lo sfruttamento dei braccianti prodotto e alimentato dalle imprese e da un sistema internazionale incentrato sul potere della grande distribuzione. E’ normale, poi, che dove ci sono zone d’ombra e illegalità si infiltrino le organizzazioni criminali, ma ciò non vuol dire che il caporalato sia strettamente legato alla mafia. Il caporalato il macrosistema che ha attratto la mafia, non il contrario”.

“Non permetto che l’agricoltura italiana venga etichettata come fuorilegge perché pochi decidono di arricchirsi con illegalità”, è stato un altro dei passaggi fondamentali della conferenza stampa del ministro, la cui riconosciuta capacità di riduzione della complessità del reale si scontra con i dati con cui gli addetti ai lavori affrontano la questione. “I dati dicono altro – argomenta Sagnet, arrivato dal Camerun per studiare, laureato in in Ingegneria delle Telecomunicazioni al Politecnico di Torino e oggi impegnato nelle campagne della Sicilia orientale – in Italia ci sono un milione e 200mila lavoratori agricoli. Secondo l’ultimo Rapporto Agromafie e caporalato della Flai Cgil, in agricoltura circa 430mila lavoratori, italiani e stranieri, sono vittime di grave sfruttamento. Un terzo del totale”.

La platea si allarga se consideriamo “altri fenomeni come quello del lavoro grigio” – persone regolarizzate sulla carta, ma che non vengono retribuite secondo le tabelle ufficiali o “a cui non vengono pagati i contributi” – il conteggio arriva così a circa 800mila persone cui viene negato un diritto”. Questo significa che in Italia “abbiamo un sistema agricolo che si fonda anche sullo sfruttamento lavorativo. Il ministro non può far finta di nulla: quella italiana è un’agricoltura d’eccellenza, ma sta in piedi anche grazie al sottosalario e alla compressione dei diritti dei lavoratori. Il mio non è un attacco, è una constatazione”.

La legge per combattere il fenomeno c’è, è la 199/2016, ma secondo molti non basta. Se a giugno diceva che “invece di semplificare, complica”, ieri Salvini ha spiegato che va “aggiornata”. “Siamo passati dall’abolizione all’aggiornamento, è un passo avanti – commenta Sagnet, nel 2017 nominato Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana da Sergio Mattarella – la legge va potenziata. E’ una norma importante perché è l’unica in Italia che punisce dal punto di vista penale i casi di grave sfruttamento lavorativo, perché tutte le altre in vigore in questo campo prevedono solo sanzioni amministrative. Prima del 2016 un caporale prendeva una multa da 50 euro e basta, così come l’imprenditore riconosciuto colpevole di schiavizzare i suoi lavoratori veniva punito solo con un’ammenda”.

Marco Omizzolo, sociologo tra i massimi esperti del fenomeno in Italia, spiegava martedì a IlFattoQuotidiano.it che nei fatti la 199 è disapplicata. “L’aspetto repressivo della norma funziona – prosegue Sagnet – la magistratura ora ha uno strumento per colpire chi sfrutta, sta facendo indagini mirate e portando a casa risultati”. E’, invece, la parte preventiva che è venuta meno: “La prima cosa da fare è potenziare i controlli nelle aziende. La strada giusta è quella illustrata dal ministro Di Maio che ha promesso un concorso straordinario per gli ispettori del lavoro, perché la cultura dell’impunità che caratterizza il settore è dovuta anche al fatto che lo Stato, in questo caso l’Ispettorato del lavoro, non fa quello che dovrebbe”, spiega ancora Sagnet.

La legge Martina/Orlando affidava la cabina di regia di questo tipo di interventi alla Rete del lavoro agricolo di qualità, ma la disposizione è rimasta lettera quasi del tutto morta: “In due anni non si sono ancora tenuti i tavoli di coordinamento per rispondere a questi problemi”. Quella di Foggia è la cartina al tornasole di una situazione nazionale: secondo la Uila Puglia, su 27mila aziende agricole della provincia solo 80 sono iscritte alla Rete.

“La Rete prevede, poi, che attori pubblici e privati mettano in piedi un sistema di trasporti sicuro per far evitare che i lavoratori viaggino su quei furgoncini nei quali sono morte 16 persone in tre giorni. Infine va affrontata la questione degli alloggi per i braccianti stagionali, materia su cui in base alla 199 dovrebbe esserci un coordinamento tra Stato e imprenditori: oggi sono in Puglia dove in questo periodo si raccolgono i pomodori, poi si sposteranno a Rosarno per le arance. Nessuna Regione ha un sistema abitativo in grado di ospitarli, così vanno a dormire nei ghetti (che oggi Salvini ha promesso di chiudere, ndr) o in vecchi casolari abbandonati. Per questo chiediamo l’applicazione dei contratti collettivi di lavoro che prevedono che il datore di lavoro dia loro, oltre a una paga giusta, anche un posto in cui dormire“.

Dal 2011 sotto i ponti sono passati 7 anni e 6 governi. Ma dallo sciopero di Nardò è la situazione è immutata: “Alcuni risultati sono arrivati – sottolinea Sagnet – oggi si parla di più di caporalato, anche se lo si dovrebbe fare tutto l’anno e non solo quando avviene una strage. Abbiamo ottenuto l’articolo 603 del codice penale, che contrasta l’intermediazione illecita. Poi è arrivata la 199, la prima legge contro il caporalato a più di un secolo dalla nascita del fenomeno. Sono in corso varie inchieste giudiziarie e la battaglia di Nardò ha portato a una sentenza storica, la prima di questo tipo in Europa: alcuni tra imprenditori e caporali sono stati condannati a 11 anni per riduzione in schiavitù. I risultati simbolici sono arrivati, ma sul piano concreto non è cambiato nulla: se domandate a un bracciante di Rosarno se in questi anni la sua condizione è migliorata, vi risponderà di no”.

@marco_pasciuti