Una donna giovane che ha deciso di dire basta a soprusi e violenze. E che, per amore dei propri figli, ha iniziato a collaborare con i magistrati permettendo loro di infliggere un colpo forse mortale al clan divenuto simbolo della malavita capitolina. Gran parte del merito dell’operazione Gramigna, che ha portato all’arresto di 38 persone, per di più appartenenti o affiliati al clan dei Casamonica, va a Debora Cerreoni, 34 anni, ex compagna di uno degli esponenti di spicco della nota famiglia sinti, Massimiliano Casamonica. È stata proprio Debora a tracciare agli inquirenti la mappa delle gerarchie del clan, a raccontare retroscena ed a confermare quelle fino a quel momento erano solo tesi non dimostrate. “I miei bambini dovranno seguire esempi diversi”, ha scritto in una lettera agli investigatori il 5 agosto 2015.

Un matrimonio, quello fra Debora e Massimiliano, celebrato nel 2002 con rito rom e durato fino al 2014, dal quale sono nati tre figli ma che è stato vissuto sempre nel terrore e fra le minacce. Di Massimiliano, che era gelosissimo, ma soprattutto delle “cognate” Liliana e Antonietta, che mal sopportavano il comportamento poco allineato di Debora. Lei che non era mai stata accettata – veniva definita “gaggia”, vocabolo dispregiativo utilizzato verso chi non è rom – e addirittura sequestrata. “Quando abitavo in vicolo di Porta Furba – ha raccontato agli inquirenti – vivevo in una situazione di totale soggezione, ero obbligata a rispettare tutte le disposizioni dei Casamonica (non solo di Massimiliano, ma anche dei fratelli), dovevo vestirmi come dicevano loro e non potevo fiatare. Le poche volte che ho tentato di fare di testa mia sono stata minacciata, picchiata e addirittura sequestrata. Lo stato di  soggezione in cui mi trovavo diventava poi insopportabile quando Massimiliano (Casamonica, ndr) era detenuto, perché io per i Casamonica ero una ‘gaggia’ e per questo avevo, ai loro occhi, meno diritti di una donna di etnia rom”. È Massimiliano Fazzari, collaboratore di giustizia, a confermare agli inquirenti la versione di Debora: “A me sotto casa – racconta – Liliana mi disse addirittura: ‘Massimo, guarda che se sapete qualcosa, o tu, o Noemi sa qualcosa, e lo vengo a sapere dopo, guarda che vi squagliamo dentro all’acido”.

Debora scappa dalla sua prigione di Porta Furba nel 2014, poi il 5 agosto 2015 decide di recarsi in procura e raccontare tutto. “Magari posso tradurvi – scrisse ai pm – tutto quello che volete o insegnarvi la loro lingua, oppure se tutto quello che vi ho detto e che dovrò ancora dirvi quando verrete qua, potrò testimoniare contro di loro. Anche se il mio rischio di vita si alzerà. Ripeto che queste cose le farò ugualmente anche perché avendo vissuto e convissuto con loro tutto questo tempo non solo ho perso la dignità di essere mamma (come avrei realmente desiderato per i miei bimbi) di essere donna e di essere una persona onesta, come in realtà mi sento”.

E i racconti vanno a buon fine. Fra le altre cose, Debora inizia a parlare del funerale di “zio Vittorio”, dei rapporto con la Parrocchia Don Bosco e di come alcuni sacerdoti che ne facevano parte abbiano visitato più volte il “quartier generale” di vicolo Porta Furba. “Lo zio Vittorio – racconta Debora – era il capo solo del suo nucleo familiare, non era il capo di tutti i Casamonica. Del resto i Casamonica sono strutturati in questo modo: ogni nucleo familiare ha il suo capo (ad esempio, nella famiglia di Massimiliano, il capo era Giuseppe Casamonica, come ho già riferito) e i vari nuclei familiari sono legati fra loro, ma non esiste un capo assoluto di tutti, un capo dei capi”. E ancora: a seconda della zona di competenza, ogni nucleo familiare ha la sua autonomia e il suo capo”. Quindi “ho sentito dire da Domenico Spada (il pugile, detto anche Vulcano), da Liliana Casamonica e dallo stesso Massimiliano che lo zio Vittorio aveva rapporti, in particolare, con un certo Nicoletti della Banda della Magliana”. Tutti però, “costituiscono un unico gruppo criminale”. Debora Cerreoni è stata inserita, insieme ai tre bambini, nel programma di protezione per i testimoni di giustizia.