Oltre 25mila docenti, più quasi 8mila tra bidelli, assistenti tecnici, amministrativi e circa 300 presidi, chiedono di andare in pensione. E la scuola va in tilt: in ballo, come scrive il Messaggero, c’è la copertura delle cattedre per il nuovo anno scolastico, messa a rischio dal combinato disposto del picco di richieste dovuto alla legge Fornero e della nuova procedura per la verifica dei requisiti in mano, per la prima volta, all’Inps. La conseguenza? Professori che non sanno se potranno godersi la pensione e altri che non sanno se potranno ottenere l’agognata cattedra di ruolo.

Con un ulteriore problema: i docenti in attesa di una risposta positiva alla domanda di pensionamento dovranno riceverla entro il 31 agosto, ma non possono avere un incarico dal 1° settembre. I sindacati sono pronti alla protesta e la Cgil al quotidiano romano parla di un ritardo “grave” e “inaccettabile“, di “decisioni cervellotiche” che ledono “diritti maturati con il lavoro”. Ma il ministero dell’Istruzione assicura di avere già pronta una soluzione per quest’anno scolastico: in attesa di capire quante domande di pensione saranno effettivamente accettate, i posti rimasti vacanti a settembre saranno coperti da supplenti con un incarico annuale, in attesa di fare l’assunzione definitiva il successivo anno scolastico.

A chiedere di andare in pensione, spiega il Messaggero, sono i docenti e il personale Ata nati nel 1951: quelli che, secondo i requisiti richiesti, nel 2018 raggiungono i 67 anni di età. Si aggiungono poi tutti quelli che raggiungono invece 41 anni e 10 mesi di contributi, come richiesto sempre dalla Legge Fornero. Lo scorso anno le domande dei solo professori erano state 21mila, quindi c’è stato un’incremento di circa 4mila richieste che sono ora alla verifica dell’Inps per l’approvazione, con un super lavoro dell’Istituto vista anche la novità delle regole entrare in vigore quest’anno. Fino all’anno scorso erano infatti gli uffici scolastici regionali a dover raccogliere le certificazione necessarie e poi mandare tutto all’ente previdenziale.

E il ministero dell’Istruzione cerca ora di correre ai ripari per garantire un corretto avvio dell’anno scolastico. Già da metà giugno il ministro Marco Bussetti ha attivato un tavolo con l’Inps per rafforzare la collaborazione e per “facilitare lo scambio dei dati e delle informazioni tra le due istituzioni”, spiegano da viale Trastevere. In questa prima fase, l’attenzione è rivolta principalmente a quei docenti che hanno incontrato difficoltà nella ricostruzione della carriera e per i quali è stata registrata una non coincidenza tra il servizio prestato negli anni Settanta e Ottanta come supplenti e quello risultante dagli archivi Inps.

Bussetti ha già ringraziato il presidente Tito Boeri per la “disponibilità manifestata”, aggiungendo che il dialogo fra Miur e Inps è “fondamentale per agevolare il lavoro dei nostri uffici periferici e per lo svolgimento dell’attività istruttoria necessaria per il riconoscimento del diritto alla pensione del personale docente”. “Per questo siamo intervenuti immediatamente – dice il ministro -recependo le richieste che venivano dal territorio. Lavoreremo velocemente per affrontare al meglio le criticità e avviare una nuova modalità di scambio dei flussi informativi che renda più efficiente l’attuale sistema”.

Ma intanto i sindacati sono pronti alla protesta e il 12 luglio ci sarà un primo presidio sotto le finestre degli uffici centrali dell’Inps all’Eur di Roma. “E’ inaccettabile il grave ritardo nella determinazione del diritto alla pensione”, denuncia al Messaggero Anna Fedeli di Flc Cgil. “Si creano anche effetti negativi sulla mobilità del personale scolastico e sull’immissione in ruolo dei precari dal momento che i posti occupati da coloro che dovrebbero andare in pensione non sono disponibili“, continua evidenziando i problemi di chi aspetta un trasferimento o la stabilizzazione. Fedeli parla di “lesione di diritti maturati con il lavoro” che vengono messi in discussione da “procedure cervellotiche e inique“. La sindacalista Cgil spiega infatti al quotidiano romano che negli ultimi mesi “si sono verificati una serie di ritardi e rimpalli di comunicazione” tra Inps, uffici scolastici regionali e gli istituti dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica (Afam).